BIG HERO 6

I DISNEY STUDIOS E L’IRON-TOTORO: UN’ANALISI SEMISERIA
Parliamo del nuovo film di Don Hall e Chris Williams, prodotto sotto la supervisione di John – Toy Story – Lasseter in persona: Big Hero 6.
Questo 54° film targato Disney Animation Studios, ha la caratteristica di essere la prima sceneggiatura basata su un vecchio, e decisamente poco conosciuto, franchise Marvel: ovvero l’omonimo fumetto di Duncan Rouleau e Steven T. Seagle, pubblicato su Alpha Fight a partire dal 1998, e rimaneggiato una decina d’anni più tardi da un big del fumetto americano come Chris Claremont (materiali rimasti comunque totalmente inediti nel nostro paese).
L’ambientazione in cui si muovono Hiro, il protagonista, e il suo tecnologico “robo-infermiere” Baymax è chiaramente una fusione tra l’America statunitense più verace, quella dei college e gli slang hip-hop, e il Giappone stereotipato della tecnologia e delle maschere kabuki. Alcune cose riescono ad accordarsi con armonia, altre decisamente no, a cominciare dall’infelice nome della futuristica metropoli, ispirata alle città di San Francisco e Tokyo: San Fransokyo. Chiaro, no?
A parte questo, la città è graficamente ben riuscita: il Golden Gate Bridge e la Tokyo Tower sono ben rielaborati e contribuiscono sicuramente a creare un’atmosfera di piacevole contrasto tra la claustrofobia nipponica e la rilassatezza californiana, di più ampio respiro. Emblematica a questo proposito, se non fosse un cliché già visto in altri franchise, è la scena del primo volo di Hiro e Beymax, veramente ben riuscita.
Anche i volti dei protagonisti, specie nel taglio degli occhi, risultano essere un riuscito mix di occidente e oriente, mentre gli altri comprimari presentano tratti etnici più definiti: che la Disney si sia ufficialmente lanciata in una studiata conquista del mercato asiatico? Ovviamente sì.
Venendo alla storia vera e propria invece, se da un lato bisogna riconoscere al film degli spunti interessanti, come ad esempio i “microbot”, nanotecnologia scomponibile e ricomponibile in legami, ispirata, pare, all’intelligenza collettiva delle formiche (ma personalmente credo più all’ipotesi “geomag”), dall’altro non si può che ammettere alcune falle nella trama, che a volte sembra smarrire il senso logico in virtù di ammiccamenti o spettacolarità cercata a tutti i costi: come, ad esempio, nella scena ricca di cliché in cui si assiste alla morte di Tadashi, fratello maggiore di Hiro, sulle cui conseguenze si basa l’intero filone sentimentale della vicenda e sulle cui circostanze, volendo essere pignoli, si colgono alcune forzature.
Anche il comportamento del villain (il professore di Tadashi), che agisce per vendicare la morte della figlia, risulta essere decisamente scontato in diverse circostanze, e il personaggio è comunque caratterizzato esclusivamente dal suo desiderio di vendetta, che lo spinge a rubare i geomag/microbot di Hiro per assemblare un robottone scomponibile da usare, oltre che per un inseguimento in stile Tokyo-drift (no, non sto scherzando…), anche per uccidere l’ex datore di lavoro della figlia, da lui considerato il responsabile della sua scomparsa.
Il diabolico piano viene fortunatamente sventato dal gioco di squadra di Hiro, Beymax e gli altri quattro. Sì, gli “altri quattro”, ovvero i “Big Hero” che mancano per arrivare a “6”: una fiacca squadra di comprimari stereotipati e poco caratterizzati che, francamente, aggiunge poco al film.
Concludendo con una nota positiva, Beymax rimane un personaggio bellissimo: una sorta di Totoro occidentale dall’aria coccolosa che combatte i cattivi con una Mark 42, che provoca simpatiche gag e che, in fin dei conti, verrà sicuramente ricordato tra i migliori personaggi Disney di questa generazione.
Il film in sé, del resto, rispetta lo standard di età a cui è destinato: è sicuramente dinamico e spettacolare, non mancano i sorrisi e nemmeno i momenti toccanti, e di certo ai bambini piacerà. Tuttavia, approfondendo in cerca di significati più profondi, si trova il vuoto. Forse va bene, forse ogni tanto è giusto così: guardare un film d’animazione per il solo gusto di guardarlo. D’accordo. È importante però fare una precisazione: per essere un capolavoro c’è bisogno di ben altro.
Una nota importante: fermatevi in sala fino alla fine dei titoli di coda. C’è una sorpresa coi baffi

N.

 

@Immagine locandina tratta da Google immagini

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