BIG EYES

I GRANDI OCCHI DI TIM
Una produzione travagliata, quella di Big Eyes, nelle sale dal primo gennaio. Inizialmente affidato alla regia di Scott Alexander e Larry Karaszewski (gli stessi sceneggiatori), si vede due volte cambiato il cast principale e passa poi nelle mani di Tim Burton: un regista che, negli ultimi anni, pareva essere rimasto intrappolato in una di quelle sue inquadrature dalla cromia bluastra, circondato da figure più astruse che grottesche, per nulla originali e tutte con la faccia di Johnny Depp.
In Big Eyes però non accade nulla di tutto questo. Il film scorre come un qualsiasi biopic: la fragile espressione di Amy Adams, nei panni di Margaret Keane, la protagonista, sembra rispecchiare efficacemente quel sentimento di prevaricazione psicologica che permea l’intera vicenda, mentre uno strabiliante Christoph Waltz si impossessa presto dello schermo e parla, pianifica, disfa, organizza e ribalta, nei panni di un viscido Walter Keane. Odioso fino alla nausea.
In tutto questo, Tim Burton rimane celato, nascosto dalla cinepresa e fingendo di essere un regista normale, finché, quando meno te lo aspetti, emerge dirompente insieme alle ossessioni di Margaret, deturpando il suo riflesso nello specchio, o deformando orribilmente i volti di sconosciuti al supermercato, tra il merchandise dei Trovatelli, i celebri dipinti Keane, e le colonne di scatolame che qualche anno più tardi faranno la fortuna di Warhol.
Gli “occhioni” dei Trovatelli, “specchi dell’anima”, riflettono il tumulto interiore di Margaret, la vera Keane, la vera autrice dei dipinti, celata o addirittura messa in cattiva luce dal marito, che se ne arroga invece il merito in televisione, sui giornali e davanti alla critica.
Una storia biografica ben raccontata, in cui il tipico elemento grottesco burtoniano, non più standard scenografico, viene interiorizzato, costruendo e modellando interamente i personaggi: dalle parole, alle azioni, alle ossessioni (magnifica la progressiva trasformazione di Walter Keane in macchietta di sé stesso, culminante nella scena del processo, sul finale): questo sarebbe bastato per fare un buon film, e qui, in effetti, finisce ciò che si può vedere superficialmente, ma i “Grandi Occhi” di Tim, questa volta, guardano oltre.
Letto tra le righe infatti, il film non è soltanto una storia biografica a tema artistico – storico – protofemminista, bensì una vera e seria riflessione del regista riguardo il mondo dell’arte. Una di quelle riflessioni che, proprio perché profonde, non forniscono risposte ma solo altre domande, perché, in fondo, le domande sono il motore di tutto e obbligano l’artista, l’uomo, a non stare fermo.
“L’arte è personale”, dice Margaret a un certo punto. Non si può quindi spacciare per propria l’opera di qualcun altro, che ha vissuto esperienze diverse dalle nostre e che pensa, sogna e vede con occhi diversi dai nostri. Non si può. Eppure Walter Keane, nel film, ci riesce, e ci riuscì realmente nella vita, per più di un decennio. Un artista anche lui, a suo modo: sarebbe riuscita, dopotutto, Margaret Keane, donna divorziata nei tardi anni ’50, a vendere i suoi dipinti e sfondare nel mondo dell’arte, senza la sfacciata parlantina del marito? E se così non fosse stato, le sue opere sarebbero state comunque “arte”? Esiste quindi un significato oggettivo di “arte”?
Il film si apre con una frase di Warhol che, come molti degli aforismi a lui attribuiti, può significare tutto, e il suo contrario: “se piace tanto alla gente vuol dire che un valore artistico ci dev’essere…se piace non può essere brutto”. Se da un lato, il re della pop art (che probabilmente molto deve al “modus operandi” di Walter Keane), sembra legittimare in qualche modo l’arte di quel dicotomico e nevrotico duo, dall’altro pare squalificarla, relegandola con una sottile e tagliente ironia nell’ambito del kitsch spacciato per arte. Warhol trascenderà poi lo stesso concetto di “artista” costruendo la sua Factory, di fatto, sulle ceneri del pensiero del falso Keane. Da un lato il venditore che si spaccia per grande artista, dall’altro il genio che istituzionalizza il movimento “pop” proprio sul superamento della figura classica di artista, e che poi, in fin dei conti, artista lo diventa.
È dunque vero, come asserisce Walter Keane, nel film, che “l’arte è decisa dai critici e dalle televisioni”? E se è così, qual è dunque, se esiste, il confine tra arte e kitsch?
Big Eyes purtroppo non tocca altissime vette qualitative. Non sempre è all’altezza di sé stesso e, alle volte, si ha la sensazione che Burton non si sia spinto così in là come forse avrebbe voluto (e del resto è normale, avendo a che fare con una biografia “autorizzata”). Tuttavia il commento da spettatori e appassionati d’arte non può che essere un sonoro “chissenefrega”.
Bentornato, Tim.

N.

@ Immagine locandina tratta da Google immagini

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