Reboot: l’usato sicuro di Holliwood

A volte pare quasi di vederlo: un produttore di Los Angeles, di quelli col baffo da porno star anni ’80 (che ognuno ha il suo passato, si capisce), nel suo ufficietto coi tappetini ovali e l’arredamento kitsch, mentre dà lezioni di vita a un giovane regista emergente:

< Se devi fare un film, riadatta un libro. Se non trovi un libro adatto, riadatta un fumetto. Se anche i fumetti, per qualche motivo tuo, non ti garbano, allora gira un “biopic”, una “storia vera”, che fa sempre scena vedere alla fine la scrittina bianca, su schermo nero, che fa: “tratto da una storia vera”, il pubblico s’attizza! Però, se vuoi proprio fare sul serio, se davvero vuoi essere sicuro di non andare in bianco, allora fai un film famoso. Uno di quelli che andavano forte qualche (deci-)ventina d’anni fa, che i bimbi ci si compravano i pupazzetti. Chessò, Jurassic Park, per dirne uno a caso. Fai un sequel. O un prequel. O un sequel, del sequel, del prequel. Oppure un remake. Anzi no, aspetta! Geniale: mettiamo su un bel reboot! Con quello sì che sbanchiamo! >

Credo succeda spesso. Magari anche ora, proprio mentre stai leggendo.
E ogni volta una fatina muore.

Cercando di rimanere seri, iniziamo a dare qualche definizione per coloro i quali, negli ultimi decenni, non abbiano mai messo piede fuori dalla caverna: viene definito “sequel” un film la cui storia e ambientazione si legano ad un’altra pellicola, seguendola cronologicamente e andando così ad espandere l’universo narrativo di quel preciso franchise, mentre un “prequel” contiene invece eventi che precedono cronologicamente la storia originale. Un “remake” è poi un film che racconta una storia già nota e già portata sullo schermo, ma con nuovi attori, nuove tecnologie e aspetti differenti, e infine un “reboot” è un film che si ispira in qualche modo a una pellicola già nota, ma che si propone di raccontare una storia diversa, utilizzando soltanto alcuni elementi dell’originale. In termini di strategia di mercato, c’è sicuramente del genio.
Facciamo un esempio pratico: Il Corvo, piccolo cult degli anni ’90, la cui fama è per gran parte legata alla tragica vicenda che vide la morte sul set di Brendon Lee, ancora oggi icona mondiale.
Bene; senza voler approfondire, il film del 1994, diretto da Alex Proyas e tratto dall’omonimo fumetto di James O’Barr, ha certamente dei punti di forza ma, visto con gli occhi di un adolescente di oggi, risentirà notevolmente del “gap generazionale”: alcune battute potrebbero suonare banali, gli elementi “gothic” e le scene oniriche potrebbero far sollevare più di un sopracciglio e quella sottile vena horror-grunge non sarà probabilmente neppure avvertita. Il punto è che, al di là del personaggio di Eric Draven (con buon merito a Lee, nella buona e, purtroppo, nella cattiva sorte), il film in sé ha fatto il suo tempo. A questo proposito, già da inizio 2014, tra annunci e smentite, corrono voci proprio di un reboot de Il Corvo, questa volta proprio con l’autore originale, James O’Barr, in veste di consulente creativo: il film riprenderà appunto le vicende di Eric ma, stando alle notizie, sarà più aderente alla trama dell’opera cartacea; il proposito è ovviamente quello di riportare in auge un mito ormai sconosciuto alle nuove generazioni, suscitando anche aspettativa e curiosità in tutti coloro che amarono già l’opera originale.
La lista dei franchise che si sono visti coinvolti in processi analoghi è lunghissima; per citarne qualcuno tra i più recenti o di cui più si vocifera: Jurassic Park, Fuga da New York, Terminator, Star Wars, I Fantastici Quattro, Ghostbusters, Godzilla, Il pianeta delle scimmie, Conan il barbaro, I Goonies, It, The ring. Fermiamo qui l’elenco, ma solo per pietà.
Quello che viene però da chiedersi, con una vena di rancore, è se valga davvero la pena di perpetuare questo immobilismo artistico, nel nome del profitto. Se valga davvero la pena di sacrificare idee fresche e talenti del cinema nel nome dell’omologazione e dell’usato garantito.
Inoltre la domanda è quanto possa durare tutto questo: il rischio costringe a muoversi e a fare delle scelte consapevoli, mentre l’immobilismo e i piani prestabiliti, senza la qualità, scatenano il panico al primo errore.

A quel punto il giovane regista emergente, che si chiama Corin Hardy e fino ad ora ha girato un solo lungometraggio e alcuni videoclip per Ed Sheeran e i Prodigy, alza lo sguardo e scruta il produttore.
< Che ne dici del Corvo? > fa il Baffo.
< Mi piace il Corvo! > risponde Corin.
E un’altra fatina muore.

N.

@Immagine da Il Corvo (Alex Proyas, 1994) tratta da Google immagini

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