La teoria del tutto

La prima cosa da notare di questo film, evidente fin dalla primissima scena, è la straordinaria credibilità degli attori protagonisti. Eddie Redmayne e Felicity Jones, nei panni di Stephen e Jane Hawking, sono assolutamente straordinari: l’intesa è perfetta, gli sguardi profondi di lei e la gestualità confusionaria di lui si completano in un’espressività ermetica e intensa che fa quasi dimenticare di avere a che fare con degli attori. La colonna sonora, quasi sempre classica, accompagna le scene col giusto ritmo e aderisce bene alle situazioni, talvolta dando al film quel quorum di sfumatura onirica che permette di sganciarsi, nei momenti cruciali, dal genere biografico.
Il regista, James Marsh, è bravissimo inoltre a tradurre artisticamente la serie di teorie sul tempo snocciolate, per la verità un po’ grossolanamente (ma è inevitabile!), durante il film: il ruotare del caffè nella tazzina, i calcoli alla lavagna e quel fantastico “reverse” finale, per non parlare della scena d’apertura, riproposta poi nel giusto contesto, sempre sul finale.
Anche l’ironia, tratto tipico di Hawking, emerge in diverse scene, per altro ben riuscite. Colpiscono poi le varie sequenze di Stephen intento a giocare con i figli e il suo rapporto con i vecchi amici del college, mediamente ricco di battute, birra e goliardate: il tutto con sedia a rotelle appresso.
Il film però, come già accennato, è parzialmente sganciato dagli usuali modelli del racconto biografico, e se dal lato più “artistico” ciò è un vantaggio e permette alla storia di tenere un ritmo costante e scorrevole, dall’altro va un po’ a minare la comprensione sul piano razionale, e alcune circostanze rimangono senza spiegazione. Per avere un “tempo” in più su cui giocare, infatti, il regista sacrifica una chiara scansione degli anni, che lo spettatore è quindi costretto a calcolare approssimativamente, prendendo a riferimento la nascita e la crescita dei tre figli della coppia. Ciò finisce anche per creare un sottile effetto confusione riguardo la diagnosi medica iniziale, ovvero i “due anni di vita” dati a Stephen che vengono ovviamente smentiti, dal momento che lo scienziato è oggi ancora vivo e ultra settantenne, ma senza una chiara spiegazione narrativa, o almeno un riscontro temporale esplicito nella storia. Insomma, graditissime le scene artistiche e metaforiche, ma talvolta lo spettatore, specie se sta guardando un biophic, sente il bisogno di afferrare anche elementi più banali e razionali, come le date.

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Si arriva poi al grande, immenso nodo filosofico del film: la scienza e Dio; ed è proprio qui che il regista spara la cannonata.
Premesso che il rapporto tra scienza e fede è ben presente fin dall’inizio del film, essendo Jane una credente praticante, all’autentico apice di questa tematica si giunge solo sul gran finale quando, in una conferenza negli USA, uno spettatore fa una domanda a Stephen, che suona grossomodo così: “Lei, che non è credente, ha sviluppato una sua particolare filosofia di vita?”, mentre a una ragazza, in prima fila, cade una penna.
A questo punto il regista, con una freddezza da serial killer, manda in frantumi il filtro tra realtà, realismo e finzione, e i cocci taglienti piovono sugli spettatori nella scena metaforica più forte del film, e tutto si fa chiaro. Tu, ottuso spettatore, in quel momento realizzi che Stephen Hawking esiste, è uno dei più grandi scienziati viventi ed è davvero in quelle condizioni, apparentemente così proibitive. E no, non esistono “particolari filosofie di vita” per chi è senza dio: tutto ciò che rimane a Stephen è la vita stessa, e cerca solo di usarla nel modo migliore che può. Questa è la filosofia.

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Ci fermiamo qui, perché non è giusto spingere oltre una riflessione che, in fin dei conti, non può che essere estremamente personale e sulla quale, del resto, la storia non si sbilancia.
Nel complesso, il film, tratto dal libro di Jane Wide Hawking intitolato Travelling to infinity, risulta sicuramente valido e ben fatto, sebbene soffra di un certo sbilanciamento tra la componente emotiva-sentimentale, decisamente abbondante, e l’aspetto umano-psicologico che ne esce invece piuttosto trascurato.
Vincitore di due Golden Globe, il film ha strappato anche cinque nomination agli Oscar 2015, rispettivamente per miglior film, miglior attore e attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora. Scopriremo il 22 febbraio se riuscirà a mantenere il primato in qualcuna delle categorie.

 

Aggiornamento al 24 febbraio: il film guadagna infine una sola (ma meritatissima) statuetta per Eddie Redmayne, come miglior attore protagonista del 2015.

 

N.

@ immagini tratte da Google immagini

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