American Sniper (inedito)

American Sniper è un’opera complessa e controversa ed è necessario chiarire subito un punto: è la storia biografica del cecchino dei seals più letale degli Stati Uniti, tratta da un libro (ufficialmente) scritto da lui, ciò significa che la storia illustra il suo punto di vista, e il suo punto di vista è ovviamente schierato. Non lo è però totalmente il taglio dato dal regista, il cui intento sembra più essere quello di raccontare con realismo l’America del post 11 settembre, e non quello di esaltare il mito del soldato, su cui anzi è piuttosto tiepido e non sembra volersi sbilanciare.
Tecnicamente abbiamo a che fare con un Clint Eastwood in forma più che smagliante: le inquadrature sono sempre come t’immagini debbano essere e gli appostamenti di Chris Kyle (Bradley Cooper), cecchino dei seals e moderno eroe americano, sono tesi, stressanti e lunghi, come solo può essere la vita vista attraverso un mirino. Come solo può essere il mondo visto dalla prospettiva di chi, in quel frangente, decide chi vive e chi muore.
Il film si porta dietro tutto l’orgoglio, l’arroganza e il sentimento di schiacciante superiorità degli Stati Uniti, ma proprio per questo ne evidenzia anche i dubbi, il terrore, le contraddizioni e in certi casi il rimorso. Di certo si presta ad essere strumentalizzato da ambo le parti: perennemente (e forse provocatoriamente) in bilico tra l’elogio e la critica alla guerra, tra l’ideale della difesa e la vendetta morale, tra gli eroi e le vittime.
Magari però, più banalmente, è soltanto un film realistico: la guerra è sempre contraddittoria e in guerra non si trovano risposte. Questo film, di risposte non ne ha. Fortunatamente il rischio di una produzione macchietta, di quelle tipiche holliwoodiane in cui “i nostri” arrivano allo squillare de “la cavalleria” e con poche armi e il faccino pulito uccidono tutti i cattivi, è quasi del tutto sfangato. Qui non ci sono buoni o cattivi, ci sono soldati americani, con case, famiglie e sentimenti, in missione in un paese straniero dalle tinte giallastre, popolato da uomini, donne e bambini, in missione nelle loro case e per le vie delle loro città, e queste due fazioni si fanno la guerra, ed entrambi sanguinano e muoiono.

C’è un formidabile cecchino americano che sta nascosto e spara, uccidendo chi sospetta stia operando ai danni della sua fazione.
C’è un formidabile cecchino siriano che sta nascosto e spara, uccidendo chi sospetta stia operando ai danni della sua fazione.
La storia sta con l’americano, perché ha vinto, perché il regista è americano e perché il film è la sua biografia tratta dal suo libro; noi apprendiamo quindi della sua vita e dei suoi affetti, del fratello, della moglie e i figli, e soprattutto del suo essere, sempre e comunque, un soldato: da qui, dagli amici mutilati, morti o impazziti, dai figli orfani e dalle famiglie spezzate, emergono tutte le contraddizioni delle guerre moderne. Tuttavia Kyle non si pente mai di un suo colpo, in questo è estremamente coerente: “Se esiste un Dio, sono pronto a rendere conto di ogni singolo sparo”.
Celebrativo? No, realistico. O può forse un uomo, responsabile di 160 uccisioni accertate, vivere credendo che ciò che ha fatto non fosse giusto e necessario?
Del siriano invece non sentiamo neppure la voce. Sappiamo che è un campione olimpico e che è venuto dalla Siria per partecipare alla jihad, e sappiamo che fa lo stesso mestiere di Kyle. Presenza ingombrante, egli appare nel film come un fantasma che fluttua tra i fotogrammi e diventa il tornasole della contraddizione: la nemesi, il riflesso nello specchio. Chi è il buono e chi il cattivo? Fa differenza?

Le tematiche inerenti all’essere “reduce” emergono invece nell’ultima parte del film: la difficoltà di tornare alla vita quotidiana, di avere un rapporto normale con i figli, di togliersi la guerra dalla testa e dal cuore. Kyle pare quasi ritrovare un equilibrio psicologico aiutando altri reduci, parlando con loro, insegnandogli a sparare e passandoci del tempo insieme. Sarà poi proprio uno di questi reduci a ucciderlo (la notizia della condanna all’ergastolo è di pochi giorni fa).
Il finale, in particolare, è stato definito patriottico, celebrativo, dedito all’esaltazione dell’eroe, tale da rendere il film indeciso tra ammirazione e biasimo, tra elogio e disapprovazione. Tuttavia ancora una volta, più banalmente, il finale è realistico: accade quel che è accaduto. È sempre una biografia, e nel 2015 basta farsi un giro in rete per ritrovare le documentazioni originali e confrontarle. È l’America. Il resto sono brandelli di ottuso orgoglio ideologico oscurantista e critica arrogante da intelligentoni, altrimenti dette “cazzate”.
Una nota incivile: il fatto che la critica confonda il punto di vista del protagonista con il punto di vista globale dell’intera opera è sconcertante. È come credere che un attore sia il personaggio che interpreta, o come dare per scontato che se il protagonista di un romanzo è un nazista, allora deve esserlo anche l’autore. Se la critica in questione, poi, è pure pagata…
Il consiglio: American Sniper è un film da vedere e su cui riflettere per capire, almeno in parte, l’America di oggi. Il punto di vista militarista è disturbante per noi non-americani ed è difficile passarci sopra, inutile negarlo, ma per un paio d’ore si può anche mettere da parte il pregiudizio e cercare di comprendere ciò che sta oltre: l’orrore, la paura, la contraddizione, che poi sono il vero significato del film. Se non l’avete visto, recuperatelo. Ne vale la pena.

N.
@ immagine tratta da Google immagini

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12 comments

  1. Ti ringrazio per il commento.
    Ho letto le due recensioni che consigli e, sebbene presentino punti di vista leggermente o totalmente divergenti dal mio (o meglio, a essere diversi sono più che altro i “nuclei” presi in considerazione), le ho trovate ben fatte. 🙂

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  2. Finalmente. Non pensavo fosse possibile infine leggere una recensione “vera” dell’ultimo film di Eastwood, che tenesse conto dello specifico filmico (come esame tecnico della sua realizzazione) e della sceneggiatura, con il relativismo del punto di vista, con quella distanza operata da un uomo della destra statunitense che tuttavia non ha mai nascosto gli sbagli delle decisioni prese dalle amministrazioni repubblicane.
    Nella tua recensione non viene preso di mira il “soggetto” ma il film, sia come unicum sia come segmento del lavoro di Eastwood ed è davvero esemplare la capacità con cui ti sei astratto dalla media del recensioni, in cui (Gesù, quanto hai ragione) si confondeva il pensiero del protagonista (che era forse il pensiero dello scrittore, ma un sospetto di un ghost writer c’era nel romanzo…) e questo perchè spesso chi scrive non ha davvero a cuore un giudzio estetico, ma la fare notizia ossia trasformare unm film in un pretesto per parlare di altro.
    Sto scoprendo piano piano il tuo blog ed anzi sono curioso di sapere di più su come è organizzato… Ci risentiremo senza dubbio.

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    1. Sono contento che il mio pezzo ti sia piaciuto! Anche sul tuo blog ho visto cose interessanti e ho notato che ti occupi anche di fumetto. Bellissimo. Il mio prossimo pezzo sarà proprio l’articolo che introdurrà il fumetto qui sull’Anticorpo.
      Per risponderti, il blog non ha una vera e propria organizzazione. Ho aperto da poco e intendo utilizzarlo come vetrina dei miei articoli o lavori analoghi. Differenzio i vari argomenti con le “categorie”, come film, libri, fumetti o serie tv, per intenderci. Circa il modo in cui cerco di affrontare le opere, provo a essere preciso sull’identificazione del messaggio che l’autore vuole trasmettere, e poi ne sviluppo il significato e la discussione secondo la mia esperienza, i miei studi e talvolta il mio gusto (per questo “pennadiparte”).
      Tornando al film/libro, effettivamente ritengo assai probabile l’ipotesi ghostwriter, in questi casi credo sia la prassi, così come probabilmente conteneva episodi inventati, funzionali al libro stesso. Questo chiaramente non muta il punto di vista, che nel film, come è giusto che sia, emerge.
      Ringrazio per il commento e auguro una buona serata!

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  3. Ringrazio di cuore wwayne per aver consigliato il mio Post, ma anche per pennadiparter per aver fatto una sbirciatina dalle mie parti. Tutti e due avete dei blog belli e interessanti. Vorrei avere più tempo per vedere più film, ma aihmé fra lavoro, famiglia e studi … 😉 Comunque mi riprometto di sbirciare ancora dalle vostre parti. Un caloroso saluto dalla Svizzera. Alessandro

    PS a pennadiparte. Ho vissuto con i soldati USA in America per 9 mesi (sono stato partecipante ad un corso) e malgrado tutto quello che si può dire degli americani, sono anche loro come noi, con i loro pregi e difetti. Il Film anche perché parla di fatti reali, mi ha coinvolto. Avevo scritto qualche cosa anche a proposito (http://rappazzo.org/2014/01/18/quando-un-film-non-ti-rilassa/). Parlavo di lone survivor. Si, mi è difficile guardare film che parlano di guerra. Strano però perché sono nell’esercito. Una cordiale serata.

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    1. Ciao, sono contento che il mio lavoro ti abbia incuriosito, ancor di più vista la tua competenza in materia (che avevo già intuito dalla tua recensione).
      Per risponderti: certo, è giusto quello che dici. La “concezione americana” a cui mi riferisco nell’articolo è semplicemente lo strascico di contraddizioni provocato da quel sentimento di identità nazionale, innegabilmente marcato, che gli Stati Uniti si portano appresso. Mi fermo qui, che sull’argomento sono stati scritti libri su libri e di certo non la risolvo io in un commento. In ogni caso credo ci siamo capiti. 🙂 Buona serata anche a te!

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