Cormac McCarthy: La Strada

Titolo: La Strada
Autore: Cormac McCarthy
Anno: 2006
Edito da Einaudi

McCarthy ha uno stile unico e particolarissimo: è quello che, senza pretese di precisione, definirei un ermetico minuzioso.
Quando racconta, le sue frasi sembrano essiccate al sole: se ne legge lo scheletro, la struttura poetica essenziale che ne permette fruizione. Il vecchio Cormac non è tipo da perdersi in lunghe descrizioni materialistiche. In La Strada non racconta che faccia abbiano le persone, quali siano i loro nomi o il loro tono di voce. Non mette neppure le virgolette quando parlano e di virgole fa economia. In questo senso, l’autore, più che pittore che spennella la tela, è in qualche modo scultore della parola e pare comporre la sua opera tramite una scelta chirurgica e impeccabile del materiale da sottrarre. Quattro colpetti con mano allenata e delicatissima e le forme assumono un senso materiale e profondissimo: un mattino, un lago, il cibo.

Dai sogni a occhi aperti che faceva lungo la strada non c’era modo di risvegliarsi. Continuava ad andare avanti. Di lei ricordava tutto tranne il profumo. Seduto in un teatro con lei accanto che si protendeva per meglio sentire la musica. Arabeschi dorati e candelabri a muro e le lunghe pieghe del sipario come colonne ai lati del palco. Lei teneva la sua mano in grembo e lui sentiva l’orlo delle calze sotto la stoffa leggera del vestito estivo. Fermate quest’immagine. E adesso fate venire giù tutto il buio e tutto il freddo del mondo e andate all’inferno.

I dialoghi sono semplici e chiari, efficacissimi. Nel mondo in rovina in cui si muovono i protagonisti, anche le parole sembrano avere aumentato il loro peso specifico: tutte hanno un significato ben preciso, il senso delle cose diventa spigoloso e le uniche sfumature sono quelle della cenere che copre il suolo.

L’uomo prese la lattina, bevve un sorso e gliela restituì. Bevila tu, disse. Stiamocene seduti qui per un po’.
È perché non ne potrò bere mai più, vero?
Mai è un sacco di tempo.
Ok, disse il bambino.

Come si fa a non amarlo?
Una scrittura cruda e fredda per un mondo apocalittico e spietato. Lo stile avvinghiato alla storia.
Padre e figlio, i nomi non occorrono, sono in viaggio e sono i buoni, perché non mangiano le persone. E gli altri buoni li accoglieranno, perché loro portano il fuoco.
Già, ma che cos’è il fuoco? È importante chiederselo? È fondamentale.
Il fuoco è un motto del padre. “Noi resteremo vivi perché portiamo il fuoco”, molte volte viene ripetuto, più o meno parafrasato. Inizialmente il lettore viene spinto dal contesto generale a credere che si tratti effettivamente del fuoco che i due sono in grado di accendere grazie all’accendino di cui sono in possesso, ma ben presto questa opzione decade, chi ha letto sa.
Il fuoco, oltre al fattore psicologico, l’essere cioè il mantra che permette all’uomo di tenere in vita la fiducia del bambino, acquisisce anche un significato metaforico: il bambino stesso è il fuoco. Una specie di angelo in un mondo di tenebre, l’incarnazione della bontà che perdona e non vuole fare del male. La speranza.

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se lui non è il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Ma il fuoco, forse, è anche l’umanità, la morale, l’amore immenso che lega padre e figlio e che ha la sfacciataggine di opporsi all’apocalisse con quella che, alla fine, è una folle e ostinata ricerca, senza speranza, della bellezza, in un mondo di uomini animali, minuscoli e sperduti nell’ira di Dio, ricacciati in un battito di ciglia nella preistoria e intenti a sbranarsi tra loro per sopravvivere.
Qualcuno però resiste.
Qualcuno porta il fuoco.

Un libro non perfetto poiché, essendo la trama così fluttuante, talvolta il lettore è spinto a porsi alcuni perché, o come, a cui McCarthy non ha alcun interesse a rispondere: in sostanza, alcuni passaggi richiedono un alto grado di fiducia nell’autore, un totale abbandono del lettore tra le braccia della storia. E più non dimandare.

Ma anche un libro fondamentale: dopo averlo letto, vi passerà la voglia di scrivere qualunque cosa.

N.

@Foto dell’autore

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