SHIRLEY JACKSON: DINAMICA DELLA DESTABILIZZAZIONE

Titolo: La Lotteria
Autore: Shirley Jackson
Anno: 1949
Tipologia: Racconti di paura
Edito da Adelphi (prezzo di copertina: 8€)

Si parla di una raccolta di quattro racconti di paura che risulta tra le prime opere dell’autrice e che oggi è uno dei suoi libri più famosi.
Shirley Jackson ha una prosa scorrevole, ritmica e affascinante: con poche frasi riesce a dare vita a quella fantastica atmosfera da America anni ’50 e tu, lettore, ti immagini le pettinature e i vestiti (anche se sei nato negli anni ’90 e non sai bene bene come siano fatti) e poi senti gli odori della città, e i personaggi li vedi, il fiorista, il barbiere, il lustrascarpe, estremamente americani, un po’ trasandati negli abiti da lavoro, e ti pare quasi di conoscerli, sono vivi e reali. Questa è la forza dell’autrice.
Abbiamo scritto “racconti di paura”, non “racconti dell’orrore”. La nostra Shirley infatti, nelle sue storie, non scrive l’orrore: non ci sono mostri lovecraftiani, assassini, corvi o fantasmi, ci sono solo le persone. Persone normali, lavoratori, famiglie, gente che legge il giornale e prende il caffè al bar. Nelle sue storie ci siamo noi, i nostri amici, i nostri vicini di casa.
È qui il punto: l’espediente narrativo, molto originale e moderno, usato dalla scrittrice è quello di inserire un elemento fortemente destabilizzante all’interno di un contesto reale e possibilmente felice.
Il terzo racconto, Colloquio, è un tornasole esemplare sotto questo punto di vista: un dialogo tra un medico e una signora che teme di essere sull’orlo della pazzia. In questo caso non c’è un vero e proprio elemento destabilizzante: a destabilizzare l’animo sensibile della donna è infatti il mondo stesso, il mondo che cambia e si evolve, il linguaggio che muta e dà alla luce parole come “centralizzazione burocratica” o “disgregazione dei modelli culturali”. È questo che scatena il terrore e la follia di Mrs. Arnold, il fatto di non avere più il riscontro esterno di quella che aveva sempre chiamato “realtà”: una percezione fissa di come stanno le cose, che è destinata a sbriciolarsi contro il mondo e contro il tempo negli anni del grande boom industriale del dopoguerra, che vide un’accelerazione tecnologica su vasta scala e cambiò per sempre la vita delle persone.

<Mio marito ha detto che il giornalaio non aveva il diritto di non tenergli da parte il “Times”> disse istericamente, frugandosi in tasca in cerca di un fazzoletto < e si è messo a parlare di programmazione sociale a livello locale e di reddito al netto dell’addizionale e di concetti geopolitici e di inflazione deflazionistica>. La voce di Mrs. Arnold si levò gemente. <Ha detto proprio inflazione deflazionistica>.

Complessivamente, il tono della narrazione e le atmosfere ricordano vagamente i racconti di Bradbury sull’infanzia o la straordinaria Twilight Zone di Rod Searling.
La lotteria, il primo racconto, è la storia di paura per eccellenza, la più cattiva del volumetto: esclusi demoni e fantasmi, restano gli uomini, i veri mostri. Per questo fa paura.
Mentre la seconda storia, Lo sposo, ha certamente del geniale sotto molti aspetti: il ritmo è praticamente perfetto e l’autrice raggiunge la straordinaria consapevolezza di poter rendere sinistre le cose più banali solo posizionandole nel momento o nel posto più adatto a creare implicazioni anomale. Una coppia si deve sposare (all’americana: loro due e il prete, poi di corsa al motel!), ma lo sposo non si presenta. La compagna lo aspetta, lo cerca, lo cerca, lo cerca. La destabilizzazione è data evidentemente dall’ignoranza e dal non sapere. Dal veder crollare ogni certezza. E poi, beh, c’è anche la paura, ma la lascio scoprire a voi. Questo racconto vale, da solo, l’acquisto del volumetto.
Quanto all’ultima storia, Il Fantoccio, è la meno immediata, di più difficile decifrazione: due signore un po’ snob escono a cena, e nel locale in cui vanno è solita esibirsi una coppia di “artisti”, lei ballerina, lui ventriloquo: l’uomo è evidentemente un ubriacone e il suo pupazzo insulta pesantemente la ballerina. Il racconto si sviluppa quindi su questa scena e sulla conseguente reazione delle due signore che vi assistono, fino al violento epilogo finale, che vede la più snob tra le due amiche compiere un gesto che, per così dire, non ci si aspetterebbe da lei.
Una storia significativa, che di certo si presta a una lettura in chiave proto-femminista: la violenza è innestata saldamente nella dinamica del trio (ballerina, ventriloquo e pupazzo), e anche la psicosi (il pupazzo fa parte a tutti gli effetti del trio, quasi fosse vivo). L’elemento destabilizzante è quindi, in questo caso, a doppio taglio: a destabilizzare il lettore è la reazione “violenta” della signora snob, e la conseguente azione nel trio, ma anche il trio viene disturbato da un’azione esterna che va a infrangere la sua bolla di normalità, rivelandola per la dinamica psicotica e misogina che è in realtà.
Insomma, i motivi per cui leggere La lotteria di Shirley Jakson di certo non mancano: innanzitutto è un ottimo libro d’intrattenimento, che si legge in un paio d’ore al massimo, inoltre è la dimostrazione di come sia possibile scrivere ottimi racconti di paura senza essere costretti a inventare una mitologia zuppa di nomi impronunciabili, mostri perversi o fantasmi di amori passati, ma soltanto parlando di noi, persone, e delle nostre paure più profonde e concrete. Al di là della letteratura di genere, soggetta ai pregiudizi del gusto, abbiamo a che fare con un’ottima autrice, con una padronanza tecnica a dir poco invidiabile e da cui molti folkloristici scribacchini moderni avrebbero certamente da imparare.

N.

@ Foto dell’autore

Comunicazione di servizio: ho di recente aperto un account Twitter collegato con il blog, se vi va di iscrivervi lo trovate qui: https://twitter.com/PennaDiParte
Grazie e al prossimo articolo.

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2 comments

  1. Molto interessante, anche se la scrittrice non la conosco. Comunque invogli a leggerla. Mi piace molto il tuo modo di scrivere, lo trovo scorrevole e accattivante. Ma ti dobbiamo quindi inquadrare come N (?) 🙂

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  2. Sono contento che il pezzo ti sia piaciuto, è sempre bello sapere che qualcuno legge e apprezza.
    Quanto all’inquadrarmi, è un problema che mi sto ponendo solo ora. In fin dei conti ho aperto questo spazio da poco. Vedrò prossimamente se e come arricchire un po’ la sezione di presentazione. 🙂 Comunque “N” è la mia iniziale, mi chiamo Nathan.

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