Un Naso al New Yorker

“Il settimanale emanava intelligenza ma, malgrado le sue pagine fungessero da showroom per i saggi di Hannah Arendt sulla ‘banalità del male’ di Adolf Eichmann, non è mai stato un settimanale propriamente intellettuale. Nel 1947 Robert Warshow, uno dei direttori di Commentary, una rivista genuinamente intellettuale, definì senza mezzi termini l’essenza di The New Yorker:
‘The New Yorker nel migliore dei casi fornisce al laureato intelligente e colto l’atteggiamento più comodo e meno compromettente da adottare nei confronti della società capitalista, senza costringerlo ad un vero e proprio conflitto…The New Yorker si è sempre occupato dell’esperienza senza mai cercare di comprenderla, prescrivendo tuttavia l’atteggiamento da adottare nei suoi confronti. Questo fa sì che ci si senta intelligenti senza pensare ed è un modo per rendere sopportabile qualunque cosa…’
Non ho mai pensato alla rivista in maniera così profonda come fece Warshow. Sono cresciuto negli anni di Shawn in una famiglia della piccola borghesia del Queens, anni luce dalle eleganti tenute del Connecticut delle sue copertine. I miei genitori, rifugiati ebrei a malapena integrati, erano abbonati a Life, l’onnipresente settimanale d’informazione illustrato, e non si sarebbero mai sognati di definire Adolf Eichmann ‘banale’”.

Queste le parole di Art Spiegelman nell’incipit di Baci da New York.
Egli è tra i massimi esponenti del fumetto mondiale ed è il celebre autore di Maus (edito in Italia da Einaudi), opera fondamentale sull’olocausto.

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Questa immagine si intitola Valentine’s day e rappresenta l’esordio di Spiegelman come copertinista al New Yorker, il 5 febbraio 1993. In questa immagine, che non a caso è anche la copertina del libro, sono già evidenti alcuni aspetti fondamentali rintracciabili in tutta la sua opera: da un lato il suo (testuale) “status di ‘outsider’ del fumetto underground” e dall’altro il controverso rapporto con la sua eredità ebraica e il conseguente uso delle maschere.
Il disegno, geniale e provocatorio, mostra Eustace Tilley – soggetto ideato graficamente da Rea Irvin nel 1925 per il primo numero del New Yorker, e divenuto nel corso degli anni, grazie a svariate rivisitazioni e interpretazioni, una sorta di mascotte molto amata dai lettori – rappresentato in versione ebraica e impegnato in un bacio, fine ma appassionato, con una donna afroamericana.
Nei mesi precedenti la pubblicazione del numero erano ancora alte le tensioni nel quartiere di Crown Heights, a Brooklyn, tra la comunità afroamericana e quella chassidica, al punto che si verificarono vere e proprie sommosse razziali e addirittura un omicidio. L’intera città di New York ne fu scossa, poiché ciò andava a minare il rispetto tra due culture che vivevano a stretto contatto e tra le quali c’era sempre stata una sorta di tacita alleanza, o quantomeno solidarietà: la situazione poteva scatenare conseguenze molto serie.
Spiegelman quindi, ebreo di etnia ma ateo di credo, decise di sfruttare la tradizione del New Yorker, il quale era solito pubblicare copertine relative a occasioni e feste comandate, per trasformare un romantico bacio di San Valentino in un invito alla riappacificazione tra neri ed ebrei: una sorta di provocatorio “fate l’amore, non la guerra”.
Una crepa profonda sul faccione del New Yorker; il simbolo di un’eredità europea tormentata e sanguinosa, impegnato in un bacio con il ghetto di New York: il volto esotico, genuino e underground di una guerra tra minoranze, spalmato in copertina al settimanale più benpensante d’America.
La potenza implicita del disegno è chiara, tanto che la direzione del settimanale fu molto restia alla pubblicazione ma alla fine acconsentì a patto che lo stesso fumettista pubblicasse alcune dichiarazioni a tutela della rivista: fatto, questo, senza precedenti. Il risultato fu che le due etnie effettivamente si coalizzarono, ma solo nelle critiche, negli insulti e nelle minacce a Spiegelman e al giornale, la cui redazione dovette raddoppiare il personale per gestire il numero di lettere di protesta e persino assumere una guardia armata per le minacce più dirette.
Nonostante ciò, Spiegelman non manca di far notare che: “Molte furono anche le voci che si fecero avanti per esprimere il proprio apprezzamento nei confronti della copertina; la mia preferita fu quella di una giovane lettrice non coinvolta nella disputa, che scrive di non aver capito la controversia. Pensava che la redazione avesse fatto una cosa carina mostrando Abramo Lincoln che bacia una donna di colore proprio nella settimana del suo compleanno.

E questo è solo l’esordio: Art Spiegelman durante i suoi anni al New Yorker, tra alti e bassi, contrasti con la direzione e minacce di dimissioni mensili, fu in grado di sfornare copertine brillanti e originali riguardanti sia argomenti mondani che tematiche di una certa rilevanza. Negli annali sono rimaste, ad esempio, Guns of september (13/09/93) riguardante la preoccupante diffusione delle armi nelle scuole americane, Lunch break (11/05/98) uno dei disegni più ristampati, specie negli ambienti femministi, e The low road (16/02/98) sullo scandalo Clinton. Ancora molto attuale, visti i tragici eventi e le conseguenti proteste a Baltimora (notizie di queste ultime settimane), è 41 shots 10c (08/03/99), copertina riguardante la violenza della polizia statunitense sui cittadini, disegnata in seguito alla morte di Amadou Diallo, un immigrato dell’Africa occidentale, pare avvenuta per mano di quattro poliziotti che gli spararono 41 colpi di pistola mentre, disarmato, cercava le chiavi sulla soglia di casa. Centocinquanta poliziotti armati, fuori servizio, si riunirono in seguito fuori dalla redazione per protestare contro quella copertina, e non mancarono gli insulti al fumettista, in TV, da parte del capo della polizia, del governatore e di Giuliani, allora sindaco di New York. Ovviamente questo scatenò contromanifestazioni fuori dalla sede della polizia, durante le quali fu arrestato un corteo di celebrità che appoggiava la causa. La corte d’appello passò in seguito il processo a una corte conservatrice di Albany, e i quattro poliziotti furono prosciolti.

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Altre copertine passate alla storia sono state quelle riguardanti gli Academy Awards, le notti degli Oscar. Molto simpatiche e divertenti sono Call 911-Film (26/05/97) raffigurante i dinosauri di Jurassic Park che assistono a una proiezione, e A night to remember (23/03/98), riferita al film Titanic, con i premi oscar che galleggiano nel mare ghiacciato e il transatlantico, in procinto di affondare, sullo sfondo.

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Più serio è invece il discorso per il disegno dell’anno successivo (che come copertina fu scartato dalla direzione), il 1999, edizione che in Italia ricorderanno in molti poiché consacrò La vita è bella di Benigni al successo mondiale.
In questo caso il disegno è affilatissimo, tagliente, mirato a manifestare il disappunto dell’autore verso il film italiano, che vede come “una riduzione sentimentale e confusionaria dell”olocausto’, una metafora per un”esperienza spiacevole’, un Brutto Periodo che poteva essere migliorato solo mantenendo desti immaginazione e senso dello humor.” La molla che fa scattare l’autore è però una dichiarazione in cui Benigni sostiene di avere in parte tratto l’ispirazione per il film proprio dal suo Maus.
La polemica è in realtà molto civile da ambo le parti, lontana anni luce da quelle cui siamo oggi abituati, e forse più dovuta a incomprensioni e distanza artistica e culturale che non a una vera e propria divergenza di pensiero. In un’intervista a Polese Ranieri, per Il Corriere della Sera (30/03/1999), il fumettista dichiara: “un mio amico, il critico cinematografico Jim Hoberman, ha scritto che Benigni fa con il pubblico quello che il padre fa al bambino nel film: lo protegge dalla visione del male, e il pubblico alla fine è contento. Ecco, io non sono assolutamente d’ accordo: con i miei topi e gatti di Maus io facevo esattamente l’ opposto. Non nascondevo nulla, nemmeno la mia storia familiare, le debolezze di mio padre, i mezzi per assicurarsi la sopravvivenza, niente. Neppure quello che e’ successo dopo, il suicidio di mia madre, l’ impossibilita’ di credere ancora nella speranza”. Più generale, Art Spiegelman ha l’impressione che il film di Benigni, con la scusa della comicità e dell’ideale di bellezza, “nasconda” più che mostrare, tendenza che porta inevitabilmente a superare, archiviare e poi dimenticare: proprio quello che il fumettista non vuole permettere. Per questo, dopo avere ascoltato il discorso del comico italiano alla premiazione per l’oscar, a averlo trovato particolarmente sgradevole ( “ha ringraziato tutti quelli che sono morti perchè così si poteva dimostrare che la vita è bella. Forse il suo inglese era impreciso, ma sembrava che volesse dire: grazie di essere morti perchè così ho potuto fare il mio film.” – Polese Ranieri, Il Corriere della Sera, 1999), Spiegelman crea questo disegno, che viene pubblicato accanto a una scritta pubblicitaria del film: Diventa parte della storia e del più fortunato film straniero di tutti i tempi.

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Tuttavia l’autore sostiene di continuare a preferire il titolo originale: Ringrazio tutti i piccoli uomini che hanno reso possibile questo.

A Spiegelman viene affidata la copertina del 24 settembre 2001 ovvero il primo numero dopo il tragico attentato al World Trade Center.
L’autore, che ha vissuto e assistito agli attacchi in prima persona (sua figlia era matricola al liceo Stuyvesant, proprio sotto le torri: lui e la moglie riuscirono a trovarla e uscire pochi minuti prima del crollo della prima torre), inizia con delle bozze che raffigurano lo skyline di New York, con le due torri invisibili, coperte da un gigantesco sudario nero, il risultato però manca dell’impatto che cerca. Inizialmente azzurro, il cielo viene via via scurito e desaturato, gli altri palazzi eliminati: “Solo quando la mia immagine scomparve quasi del tutto, cominciò a riflettere il vuoto penoso che io e molti altri avevamo bisogno di vedere”. Come in un dipinto nero su nero di Al Reinhardt, le due torri si ergono come fantasmi nel cielo del lutto, rigide come cadaveri, simbolo del dolore di un America ferita al petto. Così nacque Ground Zero.

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Il disegno diventerà poi anche la copertina di un’altra opera di Spiegelman, L’ombra delle torri, mentre un’elaborazione del primo bozzetto verrà usata per la copertina di 110 Stories – New York writes september 11th.

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Chi ha avuto modo di apprezzare Maus, fumetto di una potenza gigantesca, e magari anche L’ombra delle torri, ed è rimasto incuriosito da questo autore straordinario ma, in fin dei conti, non molto prolifico, non può assolutamente non recuperare Baci da New York, testo che fa luce su alcuni momenti fondamentali della sua vita di uomo e soprattutto di artista.
Il libro, edito in Italia da Nuages, ha una fattura tipica delle opere a fumetti: rilegatura in brossura a filo refe, copertina completamente bianca e sovraccoperta in carta ruvida; pagine spesse e ruvide con un’alta resa di stampa, specie sulle illustrazioni a tutto foglio (meno sulle didascalie in grigio, che risultano a volte un po’ sfocate). Saggio introduttivo di Paul Auster riportato anche in lingua originale: meno male, perché il vero problema del volume è la traduzione, non tanto imprecisa sul significato originale, quanto sulla sintassi italiana, che ogni tanto si annoda un po’. Prezzo di copertina 37€ ma in rete, con un po’ di fortuna, è possibile reperirlo anche a molto meno (non disdegnate nemmeno le biblioteche comunali, il prestito interbibliotecario fa miracoli).
Come già detto, il capolavoro di Art Spiegelman, Maus, è edito in Italia in versione integrale da Einaudi, che è riuscita a fare un ottimo volume, dal costo contenuto. Per chi fosse invece interessato ai disegni e ai bozzetti preparatori, consiglio l’ottimo Be a nose, prodotto editoriale bizzarro ma eccellente, che raccoglie tre taccuini – che imitano realmente quelli dell’artista, con tanto di macchie d’inchiostro e ditate – tenuti insieme da un grosso elastico: uno di essi contiene le bozze di Maus, compresa la celebre sovrapposizione del volto reale del padre, con “la maschera” da topo. Se invece foste interessati ad approfondire proprio il tema delle maschere e della relazione che esse hanno nello studio di Spiegelman dello sterminio ebraico, consiglio l’ottimo L’ombra della Shoah – Trauma, storia e memoria nei graphic memoir di Art Spiegelman, di Simona Porro che, pur essendo di stampo un po’ accademico (in sintonia con il titolo…), porta alla luce degli elementi molto interessanti in vari ambiti, uno su tutti, lo studio dei cosiddetti funny animals, e soprattutto porta in Italia materiale che altrimenti non verrebbe mai tradotto.

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A tal proposito, mi piace concludere questo lungo articolo con una speranza e un invito alle case editrici: traducete e portate in Italia MetaMaus, un testo magistrale che lo stesso Art Spiegelman definisce complementare a Maus, contenente tonnellate di materiale inedito a stampa e audiovisivo, comprese, udite udite, le registrazioni delle interviste di Spiegelman a suo padre, che egli usò per scrivere Maus. Assolutamente imperdonabile non avere ancora un’edizione italiana.

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N.

@Foto dell’autore

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5 comments

  1. Da ex libraio e da persistente lettore di fumetti, sono uso frequentare nel web bacheche specializzate, dove le informazioni ahimè scorrono ruvide nell’impeto della passione o nel bisogno di arrivare per primi a fornire lo scoop del momento, il che rende quei blog delle piazze un po’ autoreferenzianti ed anche grette, perché chiuse nel loro microcosmo; altresì, le testate giornalistiche generaliste, quando parlano di fumetto, lo fanno o sbagliando dati e persone o peggio sentenziando supponenze con tono paternalistico.
    Il tuo blog è la meravigliosa alternativa a tutto questo ed ogni volta leggere un tuo articolo è una boccata di aria fresca di montagan per un uomo chiuso da anni in una cupola pressurizzata geoformata: hai parlato di Maus, un fumetto che ho adorato e che esaurivo anche in libreria ed ogni volta avevo il piacere di riordinare al distributore, ma anche del suo autore e della sua collaborazione con “The New Yorker” in modo colto e piacevole assieme o meglio, come si usava dire una volta, “con cognizione di causa”.
    Complimenti.

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    1. Mi fa molto piacere leggere questo tuo commento. Onestamente dubitavo che qualcuno davvero avrebbe letto questo mio “articolo” fino in fondo: lunghissimo, ben oltre la soglia d’attenzione dell’utente internettiano medio; tuttavia ho deciso di farlo comunque, proprio perché un autore come Spiegelman merita di essere affrontato con calma e con il giusto spazio.
      Ti ringrazio per la visita, il commento e i tempo dedicato. Buona serata!

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      1. Stai scherzando?
        Si legge con gusto e piacere, come sorseggiando un Old Fashioned fino in fondo (non un Mojito da bar sulla spiaggia, chiaro, fatto in fretta e furia da un barman preoccupato più di far colpo sulle milanesi in bichini che non di preparare bene da bere), anzi, scorrendo la genesi delle varie copertine, c’è anche una certa suspense per la sorte del nostro fumettista alle prese con un’opinione pubblica sempre più incline all’odio verso ogni forma di relativismo.
        Tempo speso benissimo questa settimana, davvero.

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