Caterina Bonvicini: Correva l’anno del nostro amore

Titolo: Correva l’anno del nostro amore
Autore: Caterina Bonvicini
Garzanti, 2014

Il mio incontro con questo libro è frutto di circostanze anomale e particolari: ho infatti avuto modo di conoscere e, per un paio di mesi, incontrare costantemente la sua autrice: quindi, incuriosito dalla persona, ho deciso di acquistare la sua ultima fatica. Caterina Bonvicini da parte sua, con serenità e sentita partecipazione, mi ha poi concesso la possibilità di parlarne a più riprese con lei, in un’occasione memorabile, addirittura al cospetto della sua editor, Betta Migliavada (responsabile della narrativa Garzanti).
Nonostante l’essere nella sede del GEMS a chiacchierare con un’autrice affermata e una delle principali editor in Italia sia probabilmente il passo più lungo verso la realizzazione di un sogno che abbia mai fatto, sono costretto a precisare fin da subito che per nessun motivo, in cielo, in terra o nello spazio, avrei acquistato in circostanze diverse un romanzo con questo titolo e con questa copertina, in quanto apparentemente molto distante dai miei interessi e pensato evidentemente (almeno dal punto di vista editoriale) per un target femminile.
Altresì specifico, per un mio complesso da provincialotto, che tutto ciò che andrò ad esporre ora è già stato discusso con l’autrice, alla quale ho avuto modo di esprimere le mie impressioni, comprese le perplessità, con assoluta onestà: ciò significa che non leggerete nulla che non abbia prima detto a lei poiché, dalle mie parti, parlare alle spalle è una cosa molto brutta.

Correva l’anno del nostro amore è la storia di due persone, Olivia e Valerio. Questa storia ci viene raccontata dalla voce narrante di Valerio, a partire dalla loro infanzia, procedendo per archi narrativi intervallati da altrettanti salti temporali, in ordine cronologico. Questa struttura ricorda, per certi versi, David Nicholls (in One day, 2009), autore nominato più volte durante le conversazioni con l’autrice, il quale però fa della regolarità il punto cardine della sua narrazione, facendoci spiare i suoi personaggi una volta all’anno, nello stesso giorno. La traccia su cui Caterina fa invece muovere i suoi protagonisti è niente meno che la storia d’Italia: a partire dal 1975, in una villa dell’alta borghesia bolognese, tra l’attentato alla stazione e la paura per gli omicidi politici, al 2013 delle infiltrazioni mafiose e degli appalti truccati. Questo intreccio di storia e fiction, unito alla capacità dell’autrice di architettare i dialoghi, riproducendo cadenze, modi di dire e a volte persino i dialetti delle regioni d’Italia in cui i personaggi si muovono, o da cui provengono, risulta di certo uno degli aspetti più riusciti del romanzo. Alcune figure, come Manon, la nonna di Olivia, oppure il padre di Valerio, sono talmente vive che pare quasi di averle conosciute davvero, di ricordare la loro voce, il loro modo di parlare o la loro tipica espressione del viso.

“ «Non ti fare mica dei problemi per me. Vai pure alla festa.»
Ero commosso. Solo che non mi bastava. E tutto il resto?
«Poi alla fine la gente è quello che è, cosa vuoi.»
Ecco riassunta dalla sua semplicità tutta la giustizia e l’ingiustizia del mondo. Una cosa da accettare, «poi alla fine», come diceva sempre lui, per qualsiasi cosa, tanto che era diventato un intercalare. Poi alla fine mi sono mangiato la mortadella. Poi alla fine i vecchi sono gentili, basta avere pazienza. Poi alla fine una pensione ce l’ho. Il «cosa vuoi», altro intercalare tipico suo, serviva a ridimensionare le pretese. Stava a cavallo fra il «cosa vuoi farci» e il «cosa vuoi di più». L’accento emiliano lo rendeva bonario, ma era una resa incondizionata. Piove, cosa vuoi. Ho mal di schiena, cosa vuoi. Sono solo, cosa vuoi.
E io poi alla fine sono andato alla festa. Cosa vuoi. “

Il ritmo della narrazione è scandito da eventi di importanza nazionale, come le bombe alla stazione, il caso Calvi o l’ascesa politica di Berlusconi (interessante notare come quest’ultimo momento, a differenza degli altri, si limiti a scorrere in sottofondo, senza influenzare la fiction o preoccupare i protagonisti, in quel momento impegnati in un litigio), ma anche dal continuo spostarsi per le diverse località d’Italia della voce narrante, stratagemma che mette in risalto l’accostamento delle diversissime realtà regionali e sociali in cui Valerio si trova invischiato, dai subdoli intrighi familiari della Bologna bene, alle dinamiche di borgata nella Roma degli ’80: contesti in cui la scrittrice si è calata, vivendo quei luoghi e scoprendone le particolarità, parlando con le persone e imparandone la lingua.

“[…] pensavo che se i miei amici di via Chiabrera mi avessero visto conciato così, sarebbe stato molto molto peggio. Loro erano capaci di battute più feroci, che a Olivia non venivano neanche in mente. Un tizio, per esempio, aveva perso un orecchio in un incidente in moto ed era stato soprannominato Er Tazzina, perché in testa aveva un manico solo.”

Se la prima parte del romanzo è brillante, a tratti addirittura frizzante, e quasi permeata da un’atmosfera nostalgica, da racconto di prima mano, la seconda purtroppo non lo è altrettanto.
Il punto è che, tecnicamente, quando un personaggio bambino cresce e nel capitolo successivo compare come adulto, di fatto per l’autore è un nuovo personaggio: egli ha bisogno di creargli una nuova personalità, una nuova morale, delle nuove dinamiche affettive e, soprattutto, una nuova vita. Di fatto il personaggio va riplasmato da capo.
Per semplificare, diciamo che il passaggio da Valerio bambino a Valerio adulto-voce narrante, che racconta vicende accadute pochi anni prima e ancora fresche nella memoria, non è perfettamente liscio e il lettore attento ne accusa qualche contraccolpo: il personaggio muta, diventa antipatico, a tratti addirittura sgradevole; l’esempio incarnato della classe dirigente imbruttita la cui evoluzione è messa in luce dall’autrice fin dall’inizio del libro. Ciò si ripercuote sul rapporto controverso con Olivia, protrattosi per vie travagliate nel corso degli anni, andando a sfasciare la freschezza che lo aveva sempre caratterizzato e sconvolgendone le dinamiche che il lettore aveva imparato a conoscere: questo, unito all’evanescenza della moglie di Valerio, Benedetta, personaggio poco caratterizzato, quasi sempre assente, e dal comportamento abbastanza strano, comporta un certo calo di “credibilità” sul finale, fattore che in un romanzo realistico ha certamente la sua importanza.

Tuttavia Correva l’anno del nostro amore è indubbiamente un libro di qualità, sia per stile di scrittura, sia per tecnica e pianificazione narrativa, sia per originalità: tutte caratteristiche che lo pongono certamente numerose spanne più in alto della miriade di titoli con faccioni e rose in copertina presenti in commercio e pensati per un analogo target femminile (che poi, detto tra noi, si tratta di una manovra commerciale piuttosto trasparente: statisticamente, in Italia, le donne leggono di più, ma di prettamente femminile questo libro ha abbastanza poco).
Caterina Bonvicini è certamente un’autrice di cui in futuro si sentirà ancora parlare. Il suo prossimo romanzo con Garzanti dovrebbe essere previsto per l’anno prossimo, ma ancora c’è l’embargo e non filtrano informazioni. Nell’attesa però si può sempre spulciare tra suoi vecchi lavori in catalogo, tra i quali consiglio Il sorriso lento, a suo dire, uno dei suoi lavori più sentiti.

N.

@Foto dell’autore

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...