Pillole di film #1: Il racconto dei racconti, Jurassic World, Turner

Come i lettori più affezionati avranno notato, ultimamente sono stato alquanto latitante su questi spazi: rimedio quindi inaugurando una nuova rubrica, mirata ad analizzare in breve (ma sempre con puntualità) quella manciata di film di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi, e che invece mi sono lasciato sfuggire.

In ordine di visione, un titolo degno è certamente il nostrano Racconto dei racconti, del buon Matteo Garrone, tratto da (o forse meglio dire “ispirato a”) un classico della letteratura fantastica italiano semi sconosciuto ai più, ovvero Lo cunto de li cunti, di Gianbattista Basile (1566 – 1632).

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Il film, costituito da tre archi narrativi solo marginalmente intersecati, è ottimo. Il ritmo non è certo frenetico, ma con calma e costanza (non lentezza) accompagna lo spettatore lungo la storia, gliene fa apprezzare le musiche, le scenografie, l’ambientazione, la recitazione (che tolti un paio di casi si mantiene su livelli notevoli), per poi esplodere in quelle meravigliose scene di splatter psicosentimentale tipiche della letteratura del tempo.
Ricordo una novella di Boccaccio in cui (vado a memoria, quindi benvengano gli errori) un tale viene assassinato dai fratelli della sua amata e lei, in preda alla disperazione, lo cerca ovunque finché non ritrova il corpo: a quel punto la donna, non potendo, per ovvie ragioni, tenersi l’intero cadavere, trova la soluzione di “spiccarne la testa dal corpo”, e nasconderla in un lembo della gonna. Una volta giunta a casa, la donna posa la testa in un vaso, la copre di terra e vi pianta del basilico, che cresce grande e rigoglioso e sul quale lei continua a versare lacrime lasciando i fratelli ignari e perplessi.
Questo per dire che Garrone in questo film si dimostra in grado di riproporre con la stessa semplicità questa antica tipologia di violenza narrativa, privandola di gran parte della carica orrorifica, ma creando comunque un effetto disturbante sullo spettatore, il quale viene inesorabilmente spinto ad andare concettualmente oltre la crudezza della scena per coglierne il significato più profondo (che questa volta c’è davvero, il che non è affatto scontato!).
Tre racconti di vita, morte, decadimento e corruzione, tempo, destino immutabile, famiglia, avarizia, golosità, scalata sociale, amore, amicizia, ricerca, paura, orrore, fuga, odori, draghi e bestie fantastiche: per carità, se ne avete la possibilità, guardatelo.

Passando a toni più leggeri, proprio non riesco a non dire la mia sul reboot del mio “classico dentato” preferito d’infanzia: Jurassic World.

Jurassic World
Sarò Franco (il cognome fatelo voi): no.
Capisco tutto: è un film su un parco di i dinosauri in cui questi scappano e mangiano la gente. È un film dove il protagonista è sempre un Indiana Jones superfigo che sa tutto e salva tutti. È un film ad alto budget fatto con canoni rigidamente holliwoodiani. Lo capisco, davvero, ma nonostante questo mi sfugge il motivo per cui sia così indispensabile che debba essere un film stupido: e attenzione, non ho detto “brutto”, ho detto “stupido”, che è anche peggio.
Detesto i confronti nostalgici (“eeeh ma la magia del primo…” ) perché la maggior parte delle volte portano a critiche più ottuse delle lodi, quindi togliamoci subito il dente: anche il primo Jurassic Park aveva errori logici colossali, come persone più veloci del t-rex (che dai, prova a scappare da un cane e poi mi racconti…) o velociraptor respinti da due bambini dietro una porta (così, a spanne, quanto peserà un velociraptor? Ecco…), e questo non si può negare. Tutto ciò però si può accettare perché fa parte del gioco, quello che cambia invece è la sostanza: il primo film (ricordiamolo, tratto dal libro di un certo Michael Crichton, un signore che prima di scrivere passava mesi e mesi a studiarsi trattati scientifici per evitare errori grossolani nella sua fantascienza) non era affatto stupido, poiché poteva essere letto in chiavi diverse, e andava addirittura a toccare temi, riguardanti la genetica, che sono ancora oggi attualissimi. Era, insomma, ben contestualizzato nel suo genere e nel suo periodo storico, e questo rendeva marginali gli errori.
Jurassic World invece, oltre a riportare pari pari tali errori (che comunque non è che si fosse obbligati eh…) e tutta una serie di incoerenze ancora maggiori (persone in un recinto che non vedono un dinosauro alto quanto una palazzina perché, udite udite, ha cambiato colore!), è un film capace di buttare nell’umido alcuni spunti interessantissimi pur di far mazzate tra godzilloni.
Ottima, ad esempio, l’idea di “addestratori” che cercano di collaborare con i dinosauri, di lavorarci insieme. Ottimo lo spunto dell’interrogarsi sull’intelligenza dei dinosauri creati geneticamente, su quali effettivamente siano le loro capacità di comunicazione e interazione: premesse che conducono in un territorio vasto e inesplorato, l’ideale per un ritorno col botto della saga sui dinosauri più amata al mondo, magari con una trama più critica e contenuti più maturi. E invece minga. Meglio le mazzate.
Persino lo scempio fatto con il personaggio della dottoressa (il più stereotipato insulto cinematografico alla figura femminile degli ultimi anni…praticamente due tette sui tacchi) passa in secondo piano rispetto al colossale what the fuck della scena finale, in cui a bordo piscina si fronteggiano Godzilla, King Kong, Smaug e Rey Mysterio.
[Spoiler] E quando finalmente il supermostro Smaug è sconfitto e Godzilla rimpinzato fa un bagnetto, Rey Mysterio guarda King Kong:
« aoh, anvedi sto cojone! »
« de, quello non ci stava con la testa! »
« Vabbé, sticazzi, io filo »
« Bella fe’, ci si becca venerdì al Billiard allora »
« Daje! »
Poi Pratt e la Dottoressa Vestitino si baciano (pure male) e il film finisce.
[Fine spoiler]
‘Fanculo, insomma.

Terzo e ultimo (anche se in realtà è uscito ben prima degli altri due).
In un romantico cinemino di quartiere, con la fidanzata, all’aperto, con le sedie scomode, il caldo, le zanzare, i cani che abbaiano e i centauri che sfilano sulla strada adiacente (il prossimo che parla male dei multisala prende un pugno), mi è capitato di vedere Turner, film di Mike Leigh, interpretato da uno straordinario Timothy Spall che, credetemi, se esistesse l’oscar per il grugnito sarebbe il dominatore indiscusso della categoria.

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Il film scorre lento e in alcuni punti pare quasi fermarsi, come immortalato nei dipinti del grande pittore. Quando ci si abitua però è appassionante poiché, essendo basato principalmente sulla vita dell’autore, non è necessario essere esperti di storia dell’arte per riuscire a seguirne le svolte, sebbene il regista faccia continui riferimenti alle opere in dialoghi e inquadrature, che inevitabilmente non vengono colti da chi, come me, non è ferrato sull’argomento.
Gli intenditori invece, di contro, lo troveranno probabilmente un film poco storico (non ci sono date e i riferimenti di tempo si colgono solo saltuariamente), incentrato principalmente sull’interpretazione che il regista fornisce della persona di Turner, piuttosto che del suo essere artista o del suo intendere l’arte.
Personalmente ho sempre ritenuto i film biografici una faccenda spinosa e dal difficile equilibrio. Essendo costantemente in bilico tra storicità e persona, ne deriva che, se una formula troppo sbilanciata sul primo punto rende un effetto didascalico e documentaristico, ugualmente uno sbilanciamento eccessivo sul secondo sfocerebbe nell’esaltazione del mito: in entrambi i casi il risultato rischia di essere un film mediocre. In questo caso la pellicola si mantiene sobriamente sbilanciata sul secondo punto e, nonostante il livello altissimo della recitazione e della regia, non è né una completa introduzione alla figura di Turner, né un valido approfondimento per chi già lo conosce: potremmo dire, in ultima analisi, che sia una sorta di omaggio, un film destinato ad appassionati morigerati che, avendo gli strumenti critici per affrontare le opere del pittore, desiderino degli spunti sugli aspetti personali e psicologici.

Bene, per oggi è tutto. Prima di salutarvi però vi lascio con una notizia, se a qualcuno interessasse. Un noto sito sul fumetto, tra i più importanti in Italia, dopo aver ricevuto alcuni dei miei articoli presenti qui mi ha accettato come collaboratore. Sono quindi felice di lasciarvi l’indirizzo dove potete trovare i miei articoli per Lo Spazio Bianco: http://www.lospaziobianco.it/author/nathanquaranta/
In ogni caso continuerò a postare qui, nonostante il tempo sia sempre meno e gli impegni sempre di più. Inoltre ci tengo a fare di questo spazio il mio portfolio totale, quindi a giorni riproporrò dei post con i link diretti agli articoli (così che anche chi non avesse avuto la pazienza di leggere fin qui possa sorbirseli). Grazie a tutti.

N.

@ immagini tratte da Google immagini

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5 comments

  1. Turner non l’ho visto e non so se deciderò di recuperarlo in futuro. Ho visto e recensito “Il racconto dei racconti”, un ottimo film fantasy, capace di essere tradizionale, perché legato ai canoni delle fiabe classiche, ma anche innovativo in un panorama cinematografico dove si osa poco nel genere. Ho visto anche Jurassic World, che non recensiró, perché è stato già detto tutto e non mi sembra il caso di aggiungere altro. Nonostante la trama abbia delle incongruenze, sia effettivamente stupida, il finale esagerato, i personaggi molto stereotipati, è una pellicola che intrattiene: basta semplicemente non prenderla troppo sul serio.
    Bel post, in bocca al lupo per gli articoli sul sito di fumetti!

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    1. Grazie! 🙂 andrò a leggermi la tua recensione su Tale of tales. Per Turner vedi tu…onestamente non è un film che consiglierei senza conoscere i gusti di una persona. Su Jurassic World invece vorrei puntualizzare una cosa….è chiaro che un film d’intrattenimento non va “preso sul serio”, tuttavia, a mio parere, la logica (intesa come coerenza narrativa e credibilità di personaggi e trama in relazione all’universo narrativo) è sacra: è la base assoluta. In un film del genere non chiedo raffinatezze o messaggi profondi, non chiedo una trama elaborata, non chiedo nemmeno, te lo concedo, scene particolarmente intelligenti. Però almeno la logica la voglio, altrimenti crolla tutto e i film li può scrivere e girare anche topo gigio… 🙂 Io, almeno, la penso così.

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      1. Sono d’accordo con te, ma, sarà stato per le pretese molto basse che avevo prima di entrare in sala, non ho odiato questo film, nonostante gli evidentissimi problemi nella sceneggiatura nel suo insieme. Però c’è moolto di peggio in giro 😉

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