Dagon, H. P. Lovecraft (1917)

Titolo: Dagon
Autore: Howard P. Lovecraft
Anno: 1917
Tipologia: Racconto dell’orrore

 

L’incipit e la tecnica del terrore

Dagon inizia con un uomo solo in balia dell’oceano, in un punto del mondo non meglio specificato. Una scialuppa alla deriva al di sotto dell’equatore, nei mari del sud, territorio dell’avventura.
L’espediente di Lovecraft è chiaro: inquietare il lettore ponendo, fin dalle primissime battute, il protagonista-narratore in una posizione assolutamente precaria e già di per sé spaventosa. Poi, tirando i fili di una voce narrante al passato sempre più instabile e terrorizzata nel ricordo di quanto vissuto, l’autore spalanca le porte dell’orrore, inserendo un improvviso, ingiustificato e terribile cambiamento dell’ambiente naturale.

La creatura

H._P._Lovecraft,_June_1934L’uomo si sveglia da un sonno agitato e si accorge che la sua imbarcazione è arenata: davanti a lui si para una distesa fangosa, maleodorante e sinistra, dove giacciono abbandonati cadaveri di pesci e altre creature, come se il fondale marino fosse silenziosamente emerso. Ecco il terrore, l’orrore di una natura che non si comporta come dovrebbe, che infrange ogni esperienza sensibile, che tradisce.
Nell’esplorazione di questo territorio misterioso, il naufrago si imbatte in strane costruzioni adornate da simboli raffiguranti terribili esseri marini, alcuni immensi (questo lo deduce dalla dimensione delle loro raffigurazioni in proporzione allo sfondo), segni di una civiltà che chiama antidiluviana, parola e teoria di certo note agli appassionati di esoterismo.
Mentre esamina lo strano obelisco che sovrasta le altre costruzioni, una delle creature raffigurate emerge d’improvviso dall’abisso che circonda il sito, e abbraccia l’edificio emettendo un suono mai udito prima da orecchio umano. Ciò scatena il terrore e la follia del protagonista, che lanciatosi in una fuga disperata, si sveglierà giorni dopo, in stato confusionale, in un ospedale americano.

Un orrore freudiano

Cosa sono i mostri di Dagon?
Com’era solito dire Tiziano Sclavi, uno dei “maestri” italiani dell’orrore, “i mostri siamo noi”. I mostri sono i nostri demoni, le nostre paure e il nostro senso di piccolezza e inferiorità di fronte allo straordinario universo di cui, di fatto, non sappiamo nulla. Terribile in questo senso è la condizione dell’uomo, che si industria e si attorciglia su se stesso nella vita quotidiana, che spesso ha la presunzione d’essere il massimo esponente della natura, di conoscere la scienza, di immaginare, costruire razzi, apparecchiature mediche sofisticate e incredibili strumenti per la comunicazione, senza in fondo conoscersi veramente, ignorando cosa celano gli oceani più bui di questa nostra terra sempre più inquinata: e dove la luce della conoscenza è debole, non possono che sorgere mostri.
Dagon è illuminante sotto questo punto di vista, specie considerando il contesto storico-scientifico in cui è stato scritto: all’epoca si aggirava infatti per Vienna un certo Sigmund Freud, che all’epoca era in piena attività e aveva già pubblicato una buona fetta delle sue opere fondamentali. L’ambiente psicanalitico era certo in gran fermento e al giovane Lovecraft, dati i suoi interessi, ciò non può certo essere sfuggito. Sotto questa luce, dunque, il baratro da cui il mostro emerge potrebbe essere una rappresentazione dell’inconscio, il “luogo” dove sono racchiuse le nostre peggiori pulsioni rimosse. Non sarebbe quindi sbagliato leggere Dagon come la storia di un uomo che perde il senno nel momento in cui si trova a sperimentare sulla propria pelle la vera grandezza della natura (Lovecraft viene pur sempre dalla stessa America della wilderness di Emerson e Whitman), e il suo inconscio, in una sorta di maldestro e terribile transfert al confine tra delirio da febbre, realtà e alterazione dello stato di coscienza per mezzo di droghe (tre stati che il protagonista narratore attraversa nella storia), finisce per concretizzare tale inferiorità di fronte alla potenza di una natura di fatto ignota, nel modo più umano possibile: immaginando. Creando mostri.

N.

 

@ immagini tratte da Google immagini

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