INSIDE OUT E LA FILOSOFIA DISNEY-PIXAR

Semplicità e armonia

Inside-out-posterCiò che colpisce di Inside Out, il nuovo film d’animazione di Pete Docter per Disney Pixar, è prima di tutto l’immediatezza e la semplicità con cui vengono sovrapposti i due piani narrativi che lo caratterizzano, collegati tra loro a una sola via (internoesterno), come attraverso lo spioncino di una porta, e ben distinti anche graficamente, con l’esterno dai tratti più realistici e l’interno in perfetto stile cartoon. L’ottima intuizione di personificare le emozioni nella testa dei protagonisti e la chiarezza delle dinamiche della loro interazione rende l’intero ecosistema ben bilanciato e coerente, dando il giusto spazio e la giusta caratterizzazione a tutti i personaggi.
Anche il messaggio esplicito è semplice e lineare, ma molto umano e nel suo piccolo profondo: la tristezza fa parte della vita. Lasciarsi sopraffare dalla negatività è ovviamente sbagliato, tuttavia anche l’ideologia della repressione, l’essere sempre felici a tutti i costi, sorridiamo sempre, don’t worry be happy, every little things gonna be alright, nella società moderna può essere altrettanto dannoso, un accumulo immane di pressione, stress, una mina innescata e pronta a saltare.
Anche la tristezza, dunque, ha un ruolo che gli va riconosciuto: è un diritto e la sua rilevanza è fondamentale poiché ci permette di vivere diverse sfaccettature della nostra vita.

La classica “ricetta Pixar” e il ritorno alle origini

joy-and-sadness-inside-outInside Out è strutturalmente l’ennesima riproposizione di un format classico, adottato svariate volte dalla casa di produzione, fin dai suoi primissimi film: si tratta infatti del cosiddetto buddy movie, ovvero quella tecnica narrativa che permette la costruzione di una storia tramite l’accostamento di due personaggi assolutamente dicotomici, costretti a vivere varie avventure insieme e infine a diventare amici, vincendo il muro di incomunicabilità che li separa, per superare determinate difficoltà.
In molti hanno descritto Inside Out come uno dei film Pixar più “adulti”, quindi soltanto in apparenza riferito a un target infantile che potrebbe non comprenderne alcuni passaggi chiave. Probabilmente per certi versi è davvero così, tuttavia la struttura del film, se non altro per quanto riguarda ritmo narrativo e scene climax, è indubbiamente pensato per i più piccoli e a tratti se ne sente il peso: si pensi alla lunghissima peripezia di Gioia e Tristezza, che più e più volte viene interrotta da eventi bizzarri e intervallata dall’apparizione in sequenza di varie figure iconiche e facilmente categorizzabili da una mente infantile. In definitiva, sebbene sia vero che Inside Out presenta un messaggio maturo e probabilmente fuori dalla portata dei più piccoli (che fondamentalmente se ne fregano se sia o meno conveniente sentirsi tristi), è nella forma e nella sostanza un vero e proprio ritorno alle origini, più simile a film come Toy Story, Alla ricerca di Nemo o Up!, che non a quel capolavoro di linguaggio e immagini che è stato Wall-E (non a caso abbastanza snobbato dai bambini).INSIDE OUT

Psicologia e critiche sterili

inside-out-trailerIl film, per come è costruito, mostra il fianco a tutta una serie di critiche che, in effetti, non hanno tardato ad arrivare.
Dal punto di vista psicologico infatti, la rappresentazione allegorica del cervello fatta da Docter è assolutamente primitiva e fuorviante: come fa notare anche il critico Goffredo Fofi, nel film le azioni di Riley e dei suoi genitori (e presumibilmente di tutto il genere umano) sono in balia di una sorta di “potere occulto”, una manciata di mostriciattoli pensanti, con un proprio libero arbitrio e proprie dinamiche di ruolo e funzione, che agiscono di loro iniziativa muovendo l’essere umano come fosse un burattino. Al contempo, i frutti delle azioni comandate da tali personaggi creano i ricordi, i quali influiscono sull’andamento generale costituendo una sorta di background emotivo basato sull’esperienza vissuta. I cosiddetti “ricordi base”, a differenza dei ricordi quotidiani che vengono spediti nella memoria a lungo termine, rimangono al quartier generale del cervello e vanno a costituire e alimentare le “isole della personalità” (5, nel caso di Riley: Famiglia, Onestà, Stupidera, Hockey e Amicizia).
Come è evidente, questa costruzione ferrea e coerente non lascia però alcuno spazio alle predisposizioni, a ciò che una persona è, per carattere innato, indipendentemente dalle esperienze vissute. Nel film non c’è spazio per la genetica, né per le attitudini personali: elementi come intelligenza cognitiva, fiducia in sé stessi, riflessività, assertività e istinto non sono neppure contemplati.
Spicca inoltre un’altra grande assenza: la pulsione, ovvero il desiderio inteso in senso freudiano. La sua introduzione avrebbe infatti innescato tutta un’altra serie di dinamiche complesse, quali inconscio, subconscio, transfert e rimozioni, che avrebbero deviato completamente il corso della storia.
Per quanto corrette dal punto di vista formale, tali critiche risultano tuttavia sterili in quanto derivano da una cattiva interpretazione e sopravvalutazione del ruolo e del target di riferimento del film che, come già detto, è piaciuto ai grandi e alla critica mondiale ma è stato pur sempre pensato per i bambini.

Di come l’American Dream ha ucciso BingBong

tumblr_nq9ut8bNUn1tmbt87o1_1280Una riflessione seria da fare tuttavia c’è, a partire da alcuni interessanti spunti di James Douglas presentati in un articolo dal titolo The Pixar theory of labour, uscito su The Awl e tradotto in Italia su Internazionale numero 1120.
Douglas muove in realtà una critica a tutta la filosofia del lavoro secondo Pixar, che a suo dire incarna un modello di capitalismo sfrenato e insostenibile di cui i film sono impregnati. Sebbene l’autore dimostri, nell’articolo, di essere affetto da una nefasta tendenza a scontestualizzare elementi e modellarli per avvalorare le sue tesi, bisogna riconoscergli che effettivamente esiste, in molti film Pixar e in Inside Out in particolare, un sottofondo di amara americanità: un sistema di valori ottuso e traviato, inequivocabilmente capitalistico, raccontato in modo così naturale e convincente da passare per normale, pur celando un messaggio ideologico potente e tipico delle multinazionali.
Douglas scrive:

« Questo eccesso, esemplificato da una totale sovrapposizione tra vita privata e lavoro, è al centro della concezione dell’individuo proposta dalla Pixar. In ogni suo film, il protagonista vuole prima di tutto essere un lavoratore efficiente e produttivo, qualunque sia il suo lavoro: padre, principessa, robot spazzino, giocattolo, formica, estrattore di urla, avventuriero in Sudamerica o altro ancora».

e ancora:

« Con Inside Out la Pixar offre al pubblico la cosa più vicina a una versione reale delle difficoltà che accompagnano la fissazione dei suoi protagonisti per il lavoro. Il padre di Riley strappa la sua famiglia a una confortevole vita borghese in Minnesota per trasportarla a San Francisco, dove la sua nuova startup ha più possibilità di affermarsi. Una volta lì, passa poco tempo con la famiglia ed è costantemente al telefono per lavoro o in giro per i suoi impegni. Riley è lontana dai suoi amici e ha difficoltà anche a svolgere le sue normali attività. Nel frattempo, tutti i mobili e le cose della famiglia tardano ad arrivare per colpa di una ditta di traslochi inaffidabile. Pur essendo la causa di tutto questo, con gravi ripercussioni sulla salute mentale della figlia, il padre di Riley non è rappresentato come un cattivo. Ama la sua famiglia, che ama lui, e insieme fanno fronte alle privazioni causate dal trasferimento. La narrazione non fa nulla per condannare questo stato di cose, anzi: il compito di Riley è accettarlo. Inside Out sembra dire che assecondare le pressioni del capitalismo significa crescere».
[Internazionale n. 1120 – anno 22, pp 88-89]

maxresdefaultIl trasferimento dei protagonisti di Inside Out non è quindi avvenuto per necessità o ristrettezze, bensì per la speranza di un ulteriore arricchimento! Un peggioramento delle condizioni di vita di tutta la famiglia in funzione di un possibile miglioramento delle condizioni lavorative del padre, che di conseguenza produrrà, forse, un nuovo miglioramento delle condizioni della famiglia. Questo è quindi il messaggio della multinazionale Disney-Pixar: non accontentarsi, impegnarsi duramente e volere sempre di più. Il che aggiunge un’inconscia premessa al messaggio esplicito del film, di cui già si è parlato all’inizio, stravolgendone completamente il significato: non accontentarsi, impegnarsi duramente e volere sempre di più, anche se ciò comporta sacrifici per noi e per gli altri, incertezze, perdite e, in altre parole, tristezza. Tristezza che va accettata poiché necessaria alla vita, o almeno a quel tipo di vita che ogni bravo americano (italiano, europeo, asiatico) dovrebbe voler fare. Per questo BingBong deve morire.
1923_BingBong_InsideOut_501_copieBingBong è l’amico immaginario di Riley in cui Gioia e Tristezza si imbattono mentre è intento a scorrazzare qua e là per gli scaffali della memoria a lungo termine trascinando il suo fedele carretto razzo a propulsione melodica. Egli è il simbolo dell’infanzia di Riley che sta svanendo nella consapevolezza del futuro, il simbolo dei sogni ingenui di bambina e dell’andare sulla luna a vedere gli unicorni arcobaleno. BingBong è la fantasia. BingBong è lo stupore. BingBong però è anche il nemico della razionalità, della crescita, dell’intelligenza, del mondo adulto: il rivoluzionario ingenuo a cui importa solo della felicità di Riley. Il pirata che improvvisa mentre tutti gli altri si perdono in calcoli e strategie che falliscono repentinamente. Il fantasista, il fuoriclasse, l’irritante vocetta che ride in faccia alle regole e ai blocchi. Il pazzo psicotico che libera It dal carcere di massima sicurezza. La poesia.
Raily però sta crescendo. Sta crescendo a San Francisco nel mondo che sappiamo, anzi nel mondo verso il quale stiamo andando e in cui non serve fantasia, ma fiuto, intraprendenza, sacrifici e dedizione. In cui serve fare soldi, o fare film che facciano fare i soldi.
BingBong è inutile. BingBong deve morire.
inside-out-bing-bongProprio in questa chiave Pixar svela in modo esplicito un suo tema ricorrente, già visto in Toy Story e Wall-E: la discarica. BingBong finisce nel baratro dei vecchi ricordi obsoleti e dopo essere riuscito a salvare Gioia si disintegra, dimenticato per sempre.
Secondo la logica industriale e capitalistica di Disney-Pixar, dunque, la morte non viene più concepita come mera fine dell’esistenza, bensì come il divenire spazzatura, immondizia, rifiuto. Gioia riesce a uscire dal baratro, consolidando la sua posizione come personaggio (e lavoratrice) chiave nell’ecosistema della mente di Riley, e BingBong in quello stesso momento esaurisce il suo ruolo e la sua utilità. Riley è cresciuta e non ha più bisogno di un amico immaginario: BingBong ora è obsoleto, e come un qualsiasi giocattolo rotto viene abbandonato e dimenticato in quella che concettualmente è, a pensarci bene, una delle scene più ciniche, tristi e toccanti della storia del cinema.

Concludendo, Inside Out è certamente un film che farà la storia del cinema d’animazione e che tra qualche anno verrà ricordato come un punto fondamentale del percorso creativo Pixar: artisticamente non è un capolavoro e non è nemmeno il punto più alto della casa di produzione ma, di certo, dal punto di vista strutturale e di marketing è difficile trovare un prodotto che funzioni meglio e che sappia centrare gli obiettivi preposti con questa precisione. Sicuramente un imprescindibile, un classico contemporaneo con il quale è giusto che ogni bambino o adulto appassionato si misuri.

Inside Out Japan Pixar Post k

@immagini tratte da Google immagini

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6 comments

  1. Sono rimasto incollato al tuo articolo per tutto il tempo della lettura ed avresti tranquillamente sforare il doppio o il triplo delle pagine che ti avrei ugualmente seguito, fino in capo la mondo, anzi, per restare in tema to the infinity and beyond…
    Una esegesi particolare, difficile anche da metabolizzare e forse , per me, in modo infantile, dura da accettare.
    Pur tuttavia negare le evidenze che sottolineavi, anche con l’ausilio di un comparto critico, citato virgolettato e non ripetuto come rimasticazione personale, sarebbe impossibile per il mio senso critico e quindi finisco a malincuore per sottoscrivere la tua analisi.
    Quando hai citato Fofi, ho avuto un certo imbarazzo perché troppo speso, di recente, mi è capitato di dissentire non tanto dalle sue considerazioni, quanto dalla totalizzazione con cui queste finivano per esondare su tutta la critica e cessavano di comprendere o spiegare lo specifico filmico, abbandonandolo quasi a d un semplice esercizio di stile: penso alla sua critica di “Whiplash”, in cui mi disgustò non l’analisi sociologica che ha fatto Fofi, verosimile e giusta, quanto il fatto che tale analisi annullò tutto quello che invece di altro si poteva dire sul film e che a mio avviso era invece la parte più importante, intraprendendo un percorso che finisce per trasformare l’opera d’arte in un giocattolo nelle mani di semplici venditori di idee ed io non penso sia così.
    Però ora non stiamo parlando di questo, ama della tua recensione sul film della Pixar e tu, a differenza di Fofi, non hai commesso ai miei occhi lo stesso errore, ma anzi ti confermi uno dei miei recensori preferiti, sempre curioso, sempre attento e sempre pronto a trovare ilo profilo meno gradito al divo, ma fotografandolo ugualmente.
    Grazie del bel pezzo.

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    1. Grazie a te, al solito, della passione nella lettura dei miei pezzi e della considerazione.
      A proposito di Fofi condivido il tuo pensiero: le sue sono le parole di chi rimpiange il passato perché non riesce più a comprendere il presente. Legittimo, glielo concederei se non fosse un critico con visibilità nazionale. Ti consiglio la sua recensione di Inside Out infarcita di complottismo: talmente esagerata che ho preferito non prenderla neppure in considerazione, poiché distoglieva dal discorso che volevo fare. Infatti ho riportato semplicemente la “radice” del suo pensiero, se non altro formalmente corretta.
      Grazie ancora!

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      1. Quello che ho scritto su di te ed il tuo pezzo è semplicemente la cronaca asciutta di un grande mestiere, il tuo di recensore.
        Su Fofi, ho ovviamente letto a suo tempo anche la sua di critica del film Pixar, che non ha fatto altro che corroborare quanto già pensavo di lui.
        Potrebbe sembrare incoerente, ma in onore dei suoi vecchi tempi, continuo a leggere Fofi, anche se non so quanto insisterò…

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