Netflixzati #01 – Daredevil

Un’ombra scura si muove sui tetti di Hell’s Kitchen

devilDaredevil è sempre stato uno dei personaggi più strani e interessanti di casa Marvel: figlio di un pugile ammazzato dalla mala, avvocato non vedente in una periferia malfamata, difensore degli ultimi, protettore della sua gente. Di notte, diavolo mascherato, incubo di balordi e corrotti.
Matt Murdock è un eroe del ghetto estremamente attuale, i cui problemi superano di gran lunga le capacità di super-eroe: non ha un’armatura metallica intelligente o altri dispositivi iper-tecnologici, non diventa un gigantesco mostro verde spacca tutto, non è certo un dio e nemmeno sa sparare ragnatele. Dalla sua c’è la cecità causata da un misterioso agente chimico, con conseguente aumento delle altre percezioni sensoriali (tatto, udito, olfatto), misto a una discreta capacità e predisposizione nelle arti marziali acrobatiche. E poi, la conoscenza delle dinamiche legali e delle procedure di inchiesta.
Murdock è un uomo che ha affrontato l’oscurità della vita e ha saputo uscirne. Un uomo che si è fatto da solo, col sudore e la fatica, che ha saputo studiare e allenarsi nonostante la sua disabilità, senza mai cedere e usare il suo potere per proprio tornaconto o per facilitarsi le cose.
Matt è un eroe cristiano cattolico, fermamente credente nell’ideale di “chiesa delle periferie” e delle minoranze e proprio in quest’ottica trova la sua dimensione etica. Lontano dal fascismo militarista di Iron Man o dal patriottismo ideale del Capitano Rogers, Daredevil non combatte alieni, ma è l’eroe degli ultimi, il nemico del sottomondo urbano strisciante fatto di prevaricazione dei deboli, spaccio, appalti, inchieste insabbiate e autorità corrotte.
Il Devil di Charlie Cox (a cui va il merito di essere molto credibile come non vedente) nel riadattamento di Drew Goddard è un eroe coerente e concreto, che parla al mondo moderno e sa bene che per restare se stessi ci sono confini che non possono essere superati, quando si ha a che fare con quella piccola corposa criminalità fatta di affari, soldi, droga.

Kingpin, l’altro diavolo

wilson-fiskÈ un Vincent D’Onofrio immenso quello che vediamo in azione in questa produzione Netflix, in tutti i sensi. Immenso in corporatura, voce, gesti, presenza e spessore nella storia.
Wilson Fisk, il Kingpin dei fumetti, è l’altro diavolo della serie. Una nemesi gigantesca e luminosa.
Elegantissimo uomo d’affari, raffinato mecenate, uomo innamorato.
Astuto trafficante, audace palazzinaro, implacabile e spietato assassino.
Un cattivo tanto luminoso da essere oscuro. Così yin, da essere già yang.
Cosa distingue Kingpin da Daredevil? Cosa distingue Fisk da Murdock? La risposta è “tutto e niente”. Il fine giustifica i mezzi? Forse, alla fine, tutto si esaurisce a questo.
Wilson Fisk è il bianco che contiene e riflette tutti i colori del mondo. La metafora è chiara e si protrae per tutta la prima stagione: dal primo muro bianco – foglio immacolato poco prima di essere scritto col primo sangue – al prezioso dipinto che lo renderà capace di amare, al muro scrostato e definitivo dell’ultima puntata. Il bianco alle volte è un foglio da scrivere, una città da ricostruire, la luce di una speranza o di un obiettivo. Altre volte invece è solo un caotico riflesso, in cui una vera identità, una vera essenza, affanna e stenta a emergere.
Se Devil è lo spiraglio di luce che crepa l’oscurità, la percezione attraverso la cecità, Kingpin è il baratro oscuro dietro al gigante baciato dal sole: se immenso è l’uomo, immensa sarà l’ombra alle sue spalle.

Il guizzo (o, perché vederlo)

  • La dicotomia instabile.
  • La profonda e incredibilmente realistica ingenuità di Murdock.
  • Vincent D’onofrio. Voce, gesti, espressioni.
  • L’interpretazione generale di tutti gli attori: ottimo livello (consigliata la lingua originale, eventualmente con sottotitoli).
  • La rappresentazione di Hell’s Kitchen, così ben fatta che pare quasi di sentirne l’odore.
  • Alcune scelte di regia estremamente coerenti con il nostro tempo. Non esiste, al momento, un super-eroe meglio attualizzato e più realistico (in senso narrativo) di così.
  • Apprezzabile infine, per chi se ne intende o si interessa, la contaminazione tra le arti marziali cinesi e il parkour con cui sono costruiti i combattimenti. Totalmente irrealistici ma atleticamente strani e belli da vedere.

Nathan

daredevil-ep12-fisk-face

@immagini tratte da Google immagini

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3 comments

  1. Da quando ho letto le tue recensioni, non riesco più a guardare con gli stessi occhi persino un fumetto come “Orfani” e tieni conto che ho adorato le prime due stagioni, nonché il meccanismo stesso ideato da Recchioni & Co. di serializzare in questo modo la storia.
    Ho fatto questo preambolo, perché Netflix è a suo modo una riflessione sulla serialità stessa, come concetto non solo di marketing, ma anche narrativo: non avrebbero mai avuto spazio alcune serie come “Sense8” sui canali di programmazione normale e forse nemmeno alla HBO, dove invece una serie come “House of Cards” avrebbe trovato sicuro albergo (ne è testimonianza il successo sulla piattaforma Sky).
    Daredevil condivide con Jessica Jones alcuni timbri stilistici di grande libertà compositiva dello spazio cinematografico, ma ha dalla sua un’integrità drammatica e di sviluppo dei personaggi anche secondari in cui è invece solitario nella sua straordinaria bellezza.
    Molto del merito va senza dubbio all’autore, quel Drew Goddard di Cloverfield, ma anche alla scelta dei produttori di dare a tutto un taglio a adulto, da cinefilo (tante le citazioni dei film orientali ed io stesso me ne sono occupato in passato nella mia rubrica dei Kasa Shots quando parlavo di Park Chan-wook), che alla fine premia per il feedback positivissimo che quella fetta di mercato ha regalato.
    In fondo Netflix di questo vive e non di pubblicità.
    Poi ci sono le tue riflessioni, sempre molto angolari e splendide, in cui focalizzi lo sguardo su elementi di cui spesso non si parla molto ma che reggono quel pattern visivo che ha denotato la serie in tutti i suoi momenti: Hell’s Kitchen , Kingpin, il realismo nell’irrealtà, le voci ed i gesti.
    Siamo fortunati nel poterti leggere, davvero.

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    1. Orfani ha certamente i suoi pregi, funziona come serie e nel suo contesto ci sta. Lo definirei un discreto fumetto di avventura senza pretese, se non sapessi che invece ne ha. La cortina di fumo e di apparenza di cui gli autori lo circondano, se considero il livello medio degli albi (non superiore a tante altre serie pop, specie se confrontato con l’estero) me lo sta mandando un po’ in odio, ultimamente.
      Detto ciò, il prossimo episodio della rubrica sarà probabilmente su Jessica Jones, che tu citi e che purtroppo non raggiunge lo stesso livello qualitativo di Devil, andando a peccare proprio là dove il rivale ha giocato le sue carte migliori: ambientazione e personaggi secondari. Pur avendo pregi di diverso genere.
      Grazie, come al solito, per la tua attenzione, i tuoi spunti e le belle parole.

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