Articoli Tematici

Tuttologia 2016

Di aggiornamenti, storytelling in tutte le sue forme, politica, futuro del mondo e bilanci 2016 su libri, fumetti, cinema e serie tv.

Buongiorno a tutti.
Di nuovo ritorno (e di nuovo in ritardo), dopo un periodo ricco di eventi.
Troppe sono le cose stimolanti accadute, viste, lette, per accontentarmi di scribacchiare un articolo specifico su una singola cosa. Scherziamo? (Io solo a volte, e nemmeno tanto bene).
Da lungo tempo il calderone di pensieri che ho accumulato in testa (pensieri che hanno la brutta abitudine di non chiarirsi completamente neanche a me stesso finché non mi decido a scriverli per qualcun altro) attende di essere battuto su un metaforico foglio bianco (tocca a quello dell’iPad, che il fedele portatile mi s’é imprevedibilmente autodistrutto).
Tra un riflesso e l’altro, tra treno, divano, letto e divano di qualcun altro, apro questa magica nuova rubrica – anzi, Categoria, che fa più filosofo – a carattere tuttologico, in cui parlerò, a chi di voi avrà la pazienza di leggermi, di tutto ciò che in questo periodo ha attirato la mia attenzione e stimolato la mia riflessione (inclusi rari entusiasmi e feroci incazzature), dicendovi talvolta come vivere la vostra vita e come fare il vostro lavoro (no, dai, con queste due giuro che scherzo). Comunque sempre basandomi su quello che è da sempre il nucleo di fondo di questo spazio, ovvero l’analisi della narrazione (storytelling) in ogni suo contesto.

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Siamo tutti uomini: la Memoria è compito nostro

La mia memoria

imageHo diversi ricordi dei discorsi del nonno.
Entrambi seduti sul divano beige della sala, quello con i cuscini quadrati dalla fodera ruvida, lui alla mia destra, altissimo, vicino al bracciolo, e io al centro del divano.
Avevo sette, forse otto anni e lui, con delicatezza, provava a spiegarmi la guerra. Per me erano storie lontanissime: cinquant’anni mi parevano un’infinità di tempo, erano inconcepibili per la mia mente di bambino.

Per lui invece era solo ieri e ricordava tutto del campo di lavoro in cui era stato rinchiuso: giovanissimo, da poco entrato in servizio nel genio-pontieri, venne fatto prigioniero con il numero 161162 del M.-Stammlager XC 6227, un campo fuori Lubecca, in Germania, dove venne deportato insieme ai suoi commilitoni dopo il voltafaccia italiano. Visse là, prigioniero di guerra dei nazisti, fino all’arrivo dei soldati americani. (altro…)

Netflixzati #00 – L’altra faccia del Cinema

Che ci crediate o meno, cari lettori, anche se ultimamente sono stato piuttosto assente su questi spazi, gennaio e febbraio sono stati per me due mesi piuttosto produttivi, in cui ho letto, visto, seguito e progettato molto, e ne vedrete i frutti nel corso delle prossime settimane (suona come una minaccia!). Per questo motivo, come se non avessi già abbastanza impegni per le mani, ho deciso di inaugurare questa nuova rubrica riguardo un argomento ultimamente piuttosto caldo, ovvero lo sbarco di Netflix in terra italica.

Ci tengo a precisare che nessun intento pubblicitario è insito in questa nuova rubrica (anche perché, onestamente, sticazzi). Semplicemente, dal momento che da qualche mese mi sono reso fruitore pagante di questo servizio, trovandolo innovativo sotto diversi punti di vista e qualitativamente superiore a tutti i rivali, mi è venuto spontaneo riflettere e cercare di indagare nella maniera a me più congeniale, ovvero scrivendo, i motivi di questo mio giudizio e le sfaccettature che rendono particolari e diversi i prodotti di questa nuova realtà. Ma andiamo con ordine. (altro…)

INSIDE OUT E LA FILOSOFIA DISNEY-PIXAR

Semplicità e armonia

Inside-out-posterCiò che colpisce di Inside Out, il nuovo film d’animazione di Pete Docter per Disney Pixar, è prima di tutto l’immediatezza e la semplicità con cui vengono sovrapposti i due piani narrativi che lo caratterizzano, collegati tra loro a una sola via (internoesterno), come attraverso lo spioncino di una porta, e ben distinti anche graficamente, con l’esterno dai tratti più realistici e l’interno in perfetto stile cartoon. L’ottima intuizione di personificare le emozioni nella testa dei protagonisti e la chiarezza delle dinamiche della loro interazione rende l’intero ecosistema ben bilanciato e coerente, dando il giusto spazio e la giusta caratterizzazione a tutti i personaggi.
Anche il messaggio esplicito è semplice e lineare, ma molto umano e nel suo piccolo profondo: la tristezza fa parte della vita. Lasciarsi sopraffare dalla negatività è ovviamente sbagliato, tuttavia anche l’ideologia della repressione, l’essere sempre felici a tutti i costi, sorridiamo sempre, don’t worry be happy, every little things gonna be alright, nella società moderna può essere altrettanto dannoso, un accumulo immane di pressione, stress, una mina innescata e pronta a saltare.
Anche la tristezza, dunque, ha un ruolo che gli va riconosciuto: è un diritto e la sua rilevanza è fondamentale poiché ci permette di vivere diverse sfaccettature della nostra vita. (altro…)

Un Naso al New Yorker

“Il settimanale emanava intelligenza ma, malgrado le sue pagine fungessero da showroom per i saggi di Hannah Arendt sulla ‘banalità del male’ di Adolf Eichmann, non è mai stato un settimanale propriamente intellettuale. Nel 1947 Robert Warshow, uno dei direttori di Commentary, una rivista genuinamente intellettuale, definì senza mezzi termini l’essenza di The New Yorker:
‘The New Yorker nel migliore dei casi fornisce al laureato intelligente e colto l’atteggiamento più comodo e meno compromettente da adottare nei confronti della società capitalista, senza costringerlo ad un vero e proprio conflitto…The New Yorker si è sempre occupato dell’esperienza senza mai cercare di comprenderla, prescrivendo tuttavia l’atteggiamento da adottare nei suoi confronti. Questo fa sì che ci si senta intelligenti senza pensare ed è un modo per rendere sopportabile qualunque cosa…’
Non ho mai pensato alla rivista in maniera così profonda come fece Warshow. Sono cresciuto negli anni di Shawn in una famiglia della piccola borghesia del Queens, anni luce dalle eleganti tenute del Connecticut delle sue copertine. I miei genitori, rifugiati ebrei a malapena integrati, erano abbonati a Life, l’onnipresente settimanale d’informazione illustrato, e non si sarebbero mai sognati di definire Adolf Eichmann ‘banale’”. (altro…)

Reboot: l’usato sicuro di Holliwood

A volte pare quasi di vederlo: un produttore di Los Angeles, di quelli col baffo da porno star anni ’80 (che ognuno ha il suo passato, si capisce), nel suo ufficietto coi tappetini ovali e l’arredamento kitsch, mentre dà lezioni di vita a un giovane regista emergente:

< Se devi fare un film, riadatta un libro. Se non trovi un libro adatto, riadatta un fumetto. Se anche i fumetti, per qualche motivo tuo, non ti garbano, allora gira un “biopic”, una “storia vera”, che fa sempre scena vedere alla fine la scrittina bianca, su schermo nero, che fa: “tratto da una storia vera”, il pubblico s’attizza! Però, se vuoi proprio fare sul serio, se davvero vuoi essere sicuro di non andare in bianco, allora fai un film famoso. Uno di quelli che andavano forte qualche (deci-)ventina d’anni fa, che i bimbi ci si compravano i pupazzetti. Chessò, Jurassic Park, per dirne uno a caso. Fai un sequel. O un prequel. O un sequel, del sequel, del prequel. Oppure un remake. Anzi no, aspetta! Geniale: mettiamo su un bel reboot! Con quello sì che sbanchiamo! >

Credo succeda spesso. Magari anche ora, proprio mentre stai leggendo.
E ogni volta una fatina muore. (altro…)